Corsa della Bora che, quest’anno, si è svolta … senza la bora! Il celeberrimo ventaccio che soffia sulla città di Trieste ha, infatti, “tirato bidone”. Al suo posto un clima assolutamente inusuale da queste parti: umidità, nebbia, nuvole basse e cielo grigio. Insieme a queste inedite “chicche” la Befana ha portato anche una buona quantità di fango sul tracciato di gara, che ha dato un po’ a tutti l’aspetto di giovani e meno giovani Rambo alle prese con la loro ultima missione nella folta giungla. Da lodare la presenza di Soccorso Alpino e Protezione Civile nei punti più critici del percorso, che si sono preoccupati della sua messa in sicurezza, posizionando corde laddove necessario e dando indicazioni.

Sono stati oltre 900 gli atleti che hanno portato a termine la gara sulle quattro distanze competitive da 8km, 21km, 57km e 164km.

Personalmente mi sono messa alla prova (nonostante, è cosa nota, io non sia una velocista!) sulla distanza ridotta dei 21 km e 500 d+, rimanendo piacevolmente colpita da questo percorso super panoramico che, con una bella giornata di sole e di cielo terso, sarebbe certamente stato uno spettacolo sia per gli occhi che per il cuore. L’intera gara si snoda infatti a picco sulle acque limpide del golfo di Trieste e arriva fino alla spiaggia di sassi, poco corribile ma molto suggestiva. Sul tracciato, a tratti anche abbastanza tecnico, hanno esordito anche molti runner abituati alla strada. Effettivamente questa mezza si presta perfettamente alle “prime volte nel trail” data la grande quantità di tratti in discesa e la moderata salita (il dislivello positivo è di soli 500 metri!), la tecnicità non eccessiva e i continui cambi di terreno. Anche il ritmo è molto vario (i tratti in discesa si alternano spesso alle salite e ai falsi piani) e non permette di fare molta velocità.

Lo dimostra il tempo della prima donna classificata, che ha tagliato il traguardo dopo 2h 21m 34s (una infinità se pensiamo alla lunghezza ridotta). Ma il bello del trail è anche questo: a differenza dell’asfalto, sul quale si possono calcolare tempi di massima abbastanza precisi, ogni gara è un mondo a sè, che varia notevolmente a seconda del tracciato e delle condizioni meteo. Da non sottovalutare neppure i ricchi ristori, nei quali hanno trovato spazio non solo i classici approvigionamenti tipici delle gare trail (biscotti, barrette, frutta secca e non, the e brodo) ma anche prodotti tipici locali (affettati, formaggi, wurstel) e prelibatezze come il salmone affumicato, vere e proprie coccole per il palato.

 

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Quello che però questa volta mi piacerebbe raccontarvi è la possibilità di vivere questi luoghi non esclusivamente dal punto di vista atletico, ma bensì darvi qualche valido spunto per impiegare il vostro tempo in maniera piacevole anche prima o dopo la competizione. La possibilità di vivere questa esperienza che unisce il lato sportivo a quello wellness, eno-gastronomico e culturale mi è stata offerta dall’impeccabile organizzazione di questa gara, voluta da Tommaso de Mottoni e dalla sorella Susanna.

Negli ultimi chilometri di gara si arriva a Porto Piccolo, un piccolo angolo di paradiso, chiuso al traffico e con tanto di filo diffusione (http://www.portopiccolosistiana.it/), dove una tappa nella splendida Spa, una volta terminata la gara, è quasi d’obbligo. Il centro benessere, lussuoso e modernissimo, ha un’ampia vetrata con vista sul porto, piscina interna ed esterna, piscina con acqua salata oltre che diverse saune, frigidarium e bagno turco. Un vero toccasana per la muscolatura stanca e per un recupero rilassante e piacevole.

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E siccome anche il palato vuole a sua parte, non troppo lontano da Trieste, è possibile cenare presso l’agriturismo Le torri di Slivia, l’unico in Italia ad avere al suo interno delle grotte turistiche aperte al pubblico. Il nome prende spunto da un gruppo di grosse stalagmiti (dette appunto torri per via della loro imponenza) situate all’interno delle Grotte di Slivia. La vera sorpresa però è stata l’aperitivo in grotta, che i gestori dell’agriturismo organizzano su richiesta. Nel nostro caso reso ancor più suggestivo perchè illuminato dalla luce delle frontali. Scendere nelle grotte, che ospitano anche una numerosissima colonia di pipistrelli ora in letargo, significa addentrarsi in un mondo diverso e parallelo, dove a farla da padrona sono le gigantesche formazioni carsiche che pendono dall’alto e che si innalzano dall’abisso. Frutto del lavoro di una, due, mille gocce d’acqua che lentamente scavano e con la stessa lentezza costruiscono.

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E come andarsene da Trieste senza aver prima dato un occhio veloce alla città? Le influenze italiane, slovene e austro-ungariche sono evidenti in questa città che fu, in passato, sbocco sul mare dell’impero Asburgico e polo culturale di grande valore. Mille lingue, mille stili, mille religioni e culture vivono e convivono, ancora oggi, in questa città in cui possiamo trovare, nel raggio di un chilometro o poco più, una sinagoga, una chiesa cattolica e una greco-ortodossa! Dove il Canal Grande (anche se non è proprio come quello di Venezia) ospita su uno dei suoi ponti la statua di James Joice e dove rimanere a bocca aperta davanti alla magnificenza di Piazza Unità d’Italia, grandiosa di giorno e romantica sotto le pallida luce della luna. Come andarsene senza aver sorseggiato un caffè (rigorosamente Illy) al celeberrimo Caffè degli Specchi e senza aver fatto una foto sul Molo Audace?

Una vacanza perfetta… quasi perfetta, direi. Una sola cosa è mancata: la Bora. Forse è un segno. Forse a Trieste, tra un anno, bisogna davvero tornare.

Se avete tempo vale la cena cenare all’Antico Buffet di Benedetto. Top le sarde fresche marinate, il branzino in crosta di patate e le pere cotte al vin brulè.

Per pernottamento: Residenza Le 6A, deliziosa!!!

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