Sono qua che me le guardo, le mie scarpe. Una, due, tre. E ancora non so bene quali utilizzerò quel giorno. 7 novembre: Valtellina Wine Trail, il grande appuntamento. Con chi? Con Marco De Gasperi, il suo ideatore, ovviamente. Con cosa? Con la mia prima gara vera, ma forse, più di ogni altra cosa, con me stessa. Per mettermi alla prova. Per vedere se ce la posso fare. So che avrei dovuto allenarmi molto di più per affrontare quei 20k di su e giù tra i vigneti dell’altra mia terra (io sono, per metà, valtellinese e sono fiera di esserlo), ma il tempo è spesso mancato. Mi sono data da fare, ma non sono riuscita ad essere costante. Mancano due settimane e conto di tornare “in forma”, tempo permettendo.

Nei giorni scorsi, rubando qualche ora al lavoro, ho esplorato “di corsa” (o almeno ci ho provato) due luoghi ai quali sono affezionata. Entrambi nella selvaggia e chiusa Val Brembana.

Il primo è Passo San Marco. Una strada direte voi! Sì, una strada. Ma quella strada a me sa di inverno, perchè quando il rischio valanghe è alto, la strada chiusa che sale fino al rifugio è garanzia di sicurezza. L’ho fatta con gli sci ai piedi, con la tavola in spalla e una volta anche trascinata a terra (attaccata allo zaino) a mo’ di slittino. L’ho percorsa da sola e in compagnia, l’ho fatta rotolando in discesa (perchè con la tavola ai piedi ho ancora poca grazia, come si suol dire). E poi l’ho fatta in moto: su stradali e persino a bordo di una Harley Davidson. Ho sentito quelle curve sotto alle lamine e sotto al sellino (e talvolta anche sotto il sedere!!!). Ho voluto sentirla, quella strada, anche sotto ai piedi. Partita dal parcheggio del ristorante Genzianella, sono salita fino in cima. Respirando a pieni polmoni, buttando fuori le ansie e le paure, ascoltando il silenzio tutt’intorno, calpestando la prima neve di stagione. Un’ora e venti per andare e tornare: nessuna prestazione, ma tanta felicità. La salita, quando sei abituata a correre in piano, è dura.

Il giorno successivo è stata la volta del Rif. Calvi, partendo da Carona (a dire la verità ci sono arrivata appena sotto, ma il tempo stringeva e ho girato i tacchi). Alle dieci e mezza del mattino il termometro della macchina segnava due gradi. Folle, mi sono detta, ma la voglia di mettermi alla prova era tantissima. Facendo un piccolo errore di valutazione ho avuto la brillante idea di percorrere il sentiero estivo, quasi totalmente all’ombra (vedevo dall’altra parte della vallata l’altro sentiero, l’invernale, inondato dal sole, e mi mangiavo le unghie!). Nel bosco, salendo, sembrava che la natura volesse riprendersi possesso di ciò che le appartiene da sempre, a discapito del sentiero. E quel paio di alberi caduti, riversi a terra, ne erano la prova. Su di uno, largo e imponente, mi sono sdraiata per un paio di minuti, per riprendere fiato, per sentire la corteccia fredda e morta sotto la mia schiena. In quota mi sono trovata con i piedi nella neve ed è stato a quel punto che ho ringraziato le Adidas in gore-tex, super calde ma soprattutto super impermeabili. Sbucata al sole, nella vallata bianca di neve, mi sono messa a cantare e a ridere da sola. E a quel punto, devo ammetterlo, non me ne fregava più nulla neppure di correre o di forzare il passo, perchè stavo bene e volevo prolungare quella sensazione il più possibile. Perchè in montagna tutto è più forte, più intenso: i colori, le luci, gli odori, i suoni. In montagna sento rumori che altrove neppure potrei percepire. A partire dal mio respiro, dal crepitìo dei miei passi, dalle foglie che echeggiano nella valle mentre giocano con il vento. E i colori? Un autunno caldo, da far innamorare. Credo che mai di nessuno mi potrò innamorare come di queste sensazioni che vado a ricercare, di tanto in tanto. Mentre salivo mi sono chiesta qual’è il fine ultimo della corsa. Ho sempre cercato di capirlo e a volte l’ho anche chiesto. A Marco Zanchi, ad esempio, o alla mitica Cinzia Bertasa. Perchè correte? Perchè gli ultratrail? Perchè tutta quella fatica? La mia risposta l’ho trovata. Io, quando corro, lo faccio per essere felice. La prestazione è solo una scusante per dire “vado ancora, così miglioro”…il fine ultimo, quello vero, è (credo) la felicità.

E ora? E ora è il caso che io continui ad andare. Che le mie gambe continuino a spingere, almeno per altre due settimane. E poi si vedrà. Io sono portata a pensare che “comunque vada sarà un successo”, anche solo per il semplice fatto di avercela messa tutta.

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