Questo racconto, in parte pubblicato sulla rivista Orobie di Aprile 2015, mi ha preso il cuore. Conoscere Dodo, e poi scriverlo, mi è piaciuto moltissimo. Grazie!
 

«Dodo» apre il baule in legno. Il coperchio sembra pesante e seguo con lo sguardo il movimento delle sue mani, le cui tracce di magnesite tradiscono il recente contatto con la roccia. I muscoli dell’avambraccio si tendono leggermente sotto il peso. Continuo a osservare le sue mani, mentre si tuffano nel buio e ne tirano fuori un blocco di pietra. È una conchiglia. Sembra un fossile. Le spirali si inseguono l’un l’altra, formando un vortice, e l’alternanza tra lucido e opaco fa venire una gran voglia di toccarla, come fanno i bambini, per sentire come è al tatto. Appoggia la conchiglia sul tavolo. Poi un pesce. Sempre in pietra. Dei vasi. Una scultura astratta il cui profilo potrebbe essere un delfino. Un piccolo totem, che termina con il volto di un indiano e, sotto, un’incisione che somiglia a una farfalla. La osserva e si ferma un attimo, in piedi, di fianco al tavolo ormai carico di pietra lavorata e illuminato dall’ultimo sole della giornata. «Questo è uno dei primissimi – dice indicando l’indiano – e quello sotto, simile a una farfalla, è il simbolo della Tribù». Non fa riferimento a nessun gruppo di indigeni, a nessuna etnia o cultura. La Tribù è il gruppo di chiodatori indipendenti (provenienti da diverse zone del nord Italia) di cui Dodo ha fatto parte e che negli anni Novanta ha chiodato e liberato diverse vie multipitch e falesie sulle sponde dell’Alto Lario, ma anche in Val Masino, in Dolomiti e in Verdon.

 

Lui, Dodo, è Domenico Soldarini, 48 anni, nato a Como e cresciuto in Val d’Intelvi, ora residente a Santa Maria Rezzonico. Perché Dodo? Perché tutti, fin da bambino, lo hanno sempre chiamato così. Professione odontotecnico, è uno scalatore d’alto livello e da una decina d’anni si dedica anche a dare forma alla pietra. Sotto le sue mani la roccia prende vita. Come se in quegli spigoli smussati, in quelle onde e nella lavorazione delle superfici, imprimesse tutte le emozioni vissute in parete.

Sulla falesia di Mezzegra, ad esempio: è qui, su questo fascione di roccia grigio-gialla, che mi accompagna oggi. Saliamo superando l’omonimo Comune comasco, un insediamento di 952 anime, le cui prime testimonianze risalgono al 1409. Nel Medioevo dipendeva dalla potente Pieve dell’Isola Comacina, alleata di Milano. Dopo la distruzione della Comacina (nel 1169) il borgo seguì le sorti dei paesi limitrofi, soffrendo le devastazioni inflitte dai soldati e dai mercenari, in guerra per la successione al Ducato di Milano. Lo stesso destino di molte altre comunità. O almeno così è stato fino alla Seconda guerra mondiale. Proprio mentre il conflitto volgeva al termine il nome dell’abitato si legò per sempre alla fucilazione del Duce. Un evento che qualche anziano in paese ricorda ancora, oltre che per averlo letto sui libri di storia, per averlo vissuto.


L’accesso alla falesia è comodo, ben tracciato e richiede una mezz’oretta di cammino. Dopo aver lasciato l’auto al parcheggio della chiesa, con zaini e attrezzatura in spalla, imbocchiamo la strada acciottolata che, costeggiando il cimitero, prosegue in salita per poche centinaia di metri, prima di diventare più stretta e ripida. Dopo una serie di gradini prendiamo una traccia sulla destra, che attraversa un pratone coltivato a ulivi e continuiamo a salire, verso la falesia. Essendoesposta a est prende il sole fin dal primo mattino ed è frequentata generalmente nelle mezze stagioni e nei mesi invernali. Dodo sembra voglioso di mostrarmi quella che lui sente un po’ come una delle «sue falesie». Chiodata negli anni Novanta dai monzesi Fabrizio Moroni e Claudio Pagani, questa fascia di roccia andò in un primo momento in disuso per via dell’avvicinamento  e della chiodatura a volte un po’ distante. Prima di arrivare sotto la parete principale, verticale e a tratti leggermente strapiombante, ci imbattiamo nella Grotta. Un settore molto strapiombante, con tiri tecnici e di continuità, e gradi che vanno dal 7a all’8c.

«Mi dispiaceva che un sito così bello, con roccia ottima e in un luogo tanto selvaggio, non venisse giustamente valorizzato», racconta Dodo mentre, impugnando un falcetto e con la maglietta pittorescamente avvolta sulla testa a mo’ di bandana, ripulisce il tracciato e si fa strada tra i rovi che, in estate, cercano di inghiottirsi il sentiero. «Nel 2000 ho pertanto deciso di mettere mano anche a questa falesia, sostituendo spit, facendo un parziale lavoro di richiodatura, aprendo nuovi itinerari e qualche variante di quelli già esistenti».
Nel frattempo, senza troppa fatica, arriviamo fin sotto la falesia. Mentreappoggiamo gli zaini, prepariamo corde, rinvii e moschettoni, ci godiamo il panorama del lago sotto di noi e del Legnone di fronte.
Non un filo di vento a increspare le acque, uno specchio argentato dalla leggera foschia che, presto, dovrebbe lasciare spazio a un bel cielo terso. Dodo indica la fascia di roccia che incombe sopra le nostre teste: un lungo muro a tacche, intervallato da brevi tetti e da spettacolari «canne» che salgono sul giallo. Il sentiero arriva circa a un terzo della parete, che per comodità è stata suddivisa in due settori: rispettivamente sinistro e destro, in relazione al sentiero. È qui che Domenico comincia a raccontare della passione per la scultura, alternandola ai ricordi sulle giornate trascorse in falesia con la tribù, a scalare e a chiodare. Come se, in fondo, per lui scalare e scolpire fossero la stessa cosa. Perché anche le vie sono, in un certo senso, opere d’arte. Chi chioda dà vita a qualcosa di nuovo, individuando la linea da salire all’interno di un mare di roccia.


Saliamo verso destra, dove i tiri sono più corti ma più intensi e dove Dodo decide di “riscaldarsi”. Qua le partenze, fisiche e leggermente strapiombanti, sono seguite da muri verticali o appoggiati, decisamente più tecnici. A sinistra, invece, prevalgono i tiri più lunghi e di resistenza. Proprio in quest’ultima parte Dodo ci convince a provare Mistral (grado 6c+). Venticinque metri di continuità e resistenza, considerato uno dei tiri più estetici non solo di Mezzegra ma dell’intera area. La chiodatura, sicura ma non ravvicinata, rende i passi-chiave obbligati. Mistral è un tiro estremamente logico perché, dopo una partenza su tacche tecniche e movimenti di equilibrio, si sviluppa lungo una sequenza di canne e concrezioni presenti solo in questo tratto dell’intera falesia. Questa parte centrale è meno di equilibro e più fisica, con movimenti di allungo su prese quasi sempre buone e passi di aderenza. Gli ultimi metri salgono un muro verticale, a tacche nette e gocce, e permette allo scalatore di tirare un respiro di sollievo ma non certo di rilassarsi.

A Mistral seguono altri tiri, fino al calar del sole, ma Dodo aveva ragione: Mistral rimane nel cuore e, se vissuto con il giusto spirito, permette di capire appieno la stretta relazione tra scalata e arte.


Dopo qualche salita, eccoci di nuovo nell’abitazione di Dodo a Santa Maria Rezzonico. Faccia a faccia con la sua vene artistica fatta di conchiglie, indiani, vasi, pesci. A tratti levigata, piuttosto che lucidata o bocciardata, l’arte di Domenico Soldarini è passata da una prima fase principalmente figurativa ed una seconda, più astratta. «L’idea di dare forma alla materia, di plasmare, mi è sempre piaciuta. Con la scultura ho iniziato da autodidatta. A volte le cose succedono così, per caso. Vedi dei sassi la cui forma ti ricorda qualcosa, li porti a casa e poi decidi di comprare un flessibile e di cercare di realizzare quell’immagine che hai in testa. La roccia di Mezzegra non può essere lavorata con scalpello e martello, come invece accade con il marmo. È dura e fragile, e per lavorarla si utilizzano dischi diamantati. A volte vado da un amico (scultore) che mi dà delle dritte su come scolpire, sulle forme, sui pezzi che possono avere, a suo parere, un valore anche in termini economici. Nella scultura, pur libera che sia, esiste tutta una serie di regole riguardanti forme, volumi e linee che vanno rispettate se si vuole che la propria opera sia priva di imperfezioni. È un percorso in continua evoluzione». L’opera perfetta? «Credo non esista. Esattamente come non esiste la via di roccia perfetta. C’è sempre spazio per il miglioramento e anche quello che in un primo momento sembra privo di difetti, col tempo, non si rivela tale». Alla ricerca della perfezione, si direbbe, e il luogo in cui Dodo vive e produce le sue sculture, che sembra un angolo di paradiso sfuggito per caso al Creatore e dimenticato in Terra, di certo non può che ispirare la sua arte. Insieme alle sculture, ordinatamente sistemate in un raccoglitore ad anelli, ecco comparire anche relazioni di vie e falesie (tra queste anche quella di Mezzegra) tutte disegnate e scritte rigorosamente a mano.

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