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Dire 5 minuti è tanto, troppo. In realtà in tempo che ho trascorso accanto a Arrigo Cipriani è stato quello necessario per autografarmi un libro. Che poi, quel libro non era mio e quell’autografo non era per me. Ma sono di pancia e le cose le sento. Mi basta poco per: inquadrare una persona, scrivere un testo, decidere cosa cucinerò per cena. Per scegliere il gusto del gelato invece no, per scegliere quello ci metto una vita.

Carisma, parlantina e schiena più dritta della mia, Arrigo nasce nel 1932. Il calcolo viene spontaneo: avrebbe un anno in più di mio nonno Pippo, se solo fosse vivo. La differenza tra i due, io mio nonno me lo ricordo bene, non sta tanto nel carisma o nella battuta pronta (cose che al Pippo decisamente non mancavano!), ma nel fatto di essere uno il figlio di Giuseppe Cipriani e l’altro öl scet (figlio in bergamasco) della bisnonna Lucia. O forse Venezia e Calusco d’Adda… Non saprei. Sta di fatto che vicina a questo signore bianco ho pensato che avrebbe potuto essere mio nonno.

Mi ha guardata, mi ha sorriso, mi ha detto che era importante mettere la data “fintanto che era ancora vivo”. Mi ha dato l’idea del nonno che non ho e mi era quasi venuta voglia di dargli un bacio sulla guancia. Cosa che non ho fatto perchè sarei stata presa, da tutti, per una pazza. Perchè non si dà un bacio, o un abbraccio, così come se nulla fosse a Cipriani. Al signor Cipriani, menzionato persino da Tony Stark in IronMan…

E quindi ho ringraziato con un sorriso, ho accennato un inchino, che mi pareva più elegante e di classe, e me ne sono tornata (cercando di tenere la schiena più dritta che mai) al mio posto in platea. E poi l’omino è salito sul palco e ha parlato. E niente, e toglietevi il cappello, parla Cipriani. Per davvero. Per il carisma, per il discorso, perchè per un attimo tutti ci siamo sentiti cavalieri difensori dell’italianità, dei suoi valori e dell’accoglienza. Perchè ha detto cose semplici, se vogliamo, ma che conta è il come le dici. Ha parlato di cose a cui non sono abituata. Di libertà, come valore fondamentale e irrinunciabile, e di lusso. Di lusso in un modo che non avevo mai sentito. E che mi ha colpita.

Il lusso è la capacità dell’uomo di dare un’anima alle cose. Oggi paghiamo tantissime cose come beni di lusso, per un nome, per una firma, ma che in realtà non lo sono perchè non hanno anima.

E qua mi è venuta immediata l’analogia. Anche la scrittura è così. Esistono molti modi di scrivere, moltissimi dei quali corretti. Ci sono scritti ben fatti, ci sono scritti corretti, ci sono quelli precisi e poi ci sono quelli con un’anima. Solo questi ultimi possono essere considerati beni di lusso. Ecco, io vorrei che il mio scrivere fosse di lusso. Che le mie parole fossero un bene di lusso. E mi adopererò, per salvaguardare l’arte che sta dietro alle parole. Che dire… Grazie Arrigo. E altri cento di questi saggi e “drittissimi” anni.

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