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A incuriosirmi da subito è stato quell’elastico portato a mo’ di cerchietto, per tirare indietro i capelli mentre scala. Più da calciatore che da climber. Perchè i climber hanno un po’ il loro stile, come in ogni altra disciplina, e l’elastico non fa parte del tipico outfit da scalatore. Lo aveva anche ieri sera a Urban Wall (Milano), ben fermo sulla testa, mentre sulla parete boulder dava la paga ai due che, in un misto di giocosa rivalità e ammirazione, gli proponevano una serie di prese su strapiombo. Che poi lui ha inanellato una via l’altra, agilmente e con le scarpe da ginnastica ai piedi, e gli altri a guardarlo, che quasi non capivi se l’ammirazione si stesse tramutando in invidia. E io a guardarlo e a chiedermi come disturbarlo. Dritta, in piedi, alle sue spalle, come uno stoccafisso.

Fino a che da dietro mi arriva un signore sulla cinquantina, forse qualcosa meno, dal capello argentato. Gli picchia sulla spalla e lo richiama con autorevolezza: “Occhio Nicolò al boulder, ti sei già fatto male, che poi domenica hai la gara!”. E lui, che stava per appendersi alla parete, si tira indietro un attimo. Lascia allontanare l’uomo di due metri e, appena questo gira le spalle, via a provare il blocco. Come un bambino, a cui il genitore ha proibito di mangiare la caramella, ma che appena papà si gira, se la infila in bocca di nascosto. Ed è forse un po’ questa la cosa che più mi ha intenerita di questo talento, ancora a metà strada tra l’essere grande e l’essere ragazzino, solo per quanto riguarda l’età anagrafica naturalmente. “Dai papà, ma non mi faccio male, non faccio niente” – e corre ad attaccarsi alle prese con la forza di un gladiatore e l’agilità di un gatto.

Ph. Credits: Edoardo Limonta

Se non posso parlare col figlio allora attacco discorso col papà, penso…E mi ci siedo accanto. “Salve, lei è il papà di Nicolò?”. A poca distanza c’è anche la mamma, che prontamente si avvicina. Il ghiaccio è rotto, la mia intervista può cominciare. L’azzurro Nicolò Balducci, 16 anni, piemontese, giovane promessa dell’arrampicata italiana e atleta più giovane del neo-nato team Vibram, è stato accompagnato nella palestra milanese dai genitori. Scala da sei anni (relativamente poco!) e da quattro si dedica al mondo delle gare, con un coach che lo segue e lo allena.

Come nasce il tuo amore per l’arrampicata? Così, per gioco, ho provato ad andare a scalare su roccia con amici di famiglia ed è stato amore. Amore subito. Prima sciavo, non me la cavavo male, ma poi la passione per l’arrampicata ha preso il sopravvento e ho deciso di lasciare lo sci. Per i primi due anni ho scalato su roccia. Fino a che non ho preso parte a una gara, che tra le altre cose è andata molto bene. Da qual momento è iniziata anche la voglia di competere.

E se ai tempi del judo la sua leggerezza poteva essere un punto a sfavore, con l’arrampicata è tutta un’altra storia. Nel giro di pochi anni Nicolò si è imposto nel panorama internazionale dell’arrampicata. Tra le sue maggiori realizzazioni Lapoterapia (8c) e Gondo Crack (8c).

Ph. Vibram

Ma è tutto talento il tuo? No, credo che tu possa avere tutto il talento che vuoi (e lui di talento pare averne proprio tanto, ndr) ma senza allenamento non ottieni certi risultati. Scalo in ambiente e mi alleno in palestra seguito da Davide Barone. Metto le scarpette da arrampicata, in media, 5 giorni a settimana. Che non è poco, anzi è già parecchio!

Molto forte sia nel lead (difficoltà) sia nel boulder, non se la cava altrettanto bene (per ora! ndr) nella speed, che però fa parte del format della combinata alle prossime Olimpiadi 2020. Viene quindi normale la domanda… Sogni le Olimpiadi? Sì, ma non queste. Queste è impossibile. Sono molto vicine e io non amo le gare speed, oltretutto da me non c’è la palestra per allenarmi nella velocità, quindi persino se volessi provare ad allenarmi ad hoc, sarebbe impossibile. Però ho speranze per quelle successive, a Parigi,  in cui la Speed dovrebbe essere prova a parte rispetto alla Combinata Lead/Bouldering. Quelle del 2024 potrebbero essere le mie Olimpiadi.

Parla veloce e l’occhio corre alla parete boulder che ha dovuto “lasciare per colpa mia”. Mi dichiaro soddisfatta e lo lascio tornare alla sua passione. Non prima, però, di essermi tolta l’ultima curiosità. Altri interessi oltre all’arrampicata? Mi guarda, ride… L’arrampicata, ovviamente. Eh già, che domande faccio?…

Ph. Credits foto di apertura: Edoardo Limonta

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