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Climb mountains not so the world can see you, but so you can see the world

Se salite in cima a quell’opera di magnificenza imponente con cui l’uomo ha forse voluto dimostrare di poter fare qualcosa di grande e spettacolare come le montagne che fanno da cornice al Bianco, se salite a Punta Helbronner con la nuova Skyway, leggerete questa frase. Citazione di uno che si è beccato due Pulitzer. E si vedono. Voglio dire, si vedono i due premi. Mica un cretino, ma uno che ha ragione da vendere. E io, pur conscia di essere la signora nessuno, mi permetto di aggiungere qualcosa in più. Quale saccenza, direte. E avete ragione. Oggi mi sento di fare la saputella e di commettere il sacrilegio di “integrare” una citazione famosa. Scala le montagne non solo per conoscere il mondo, ma per conoscere te stesso. Banalità, frase fatta? Frase detta e risentita, su questo concordo, ma scrigno di verità profonde. Perchè la montagna ti apre, ti mette a nudo, ti rende autentico e ti tira fuori tutti gli istinti primordiali che la società (e il bon ton) hanno cancellato. Insomma se hai dei timori, la montagna li tira fuori. Se vuoi bene a qualcuno, la montagna te lo fa capire. Se non sopporti qualcuno, forse sarà la volta buona che lo manderai a quel paese. Parlo di sensazioni, di stati d’animo, di una lucidità e di reazioni che, se non le hai provate, non puoi capire. Le puoi immaginare, ma non le puoi capire. Scrivo per voi che mi leggete e comprendete perfettamente, scrivo per voi che leggete a cercate di immedesimarvi e scrivo anche per voi che leggendomi mi date della visionaria esaltata e vi fate una risata alle mie spalle.

Rifugio Torino. Bello, caldo, accogliente. La sveglia però suona all’una e 45 di notte, perchè alle 2 c’è la colazione. La sveglia suona senza svegliare nessuno, perchè sono tutti già svegli nella camerata. In cinque minuti, forse meno, mi infilo la maglia termica e i pantaloni, metto la frontale sulla testa e mi lavo i denti, compiacendomi ancora una volta del fatto che ci sia acqua corrente. Afferro lo zaino e scendo due piani più sotto. Mi sforzo di mangiare anche se il boccone fatica ad andare oltre la bocca. Saremo una decina, ognuno col naso infilato nella propria scodella. Ognuno perso nei propri pensieri. Zitti, quasi guardinghi. Nessuno ride, nessuno scherza. Forse perchè con la montagna si sorride, ma non si ride, e tantomeno si scherza. La montagna è una Signora ed esige rispetto, serietà. Non è un gioco. È il privilegio di poter fare qualcosa di bello, se la Signora lo concederà anche questa volta. E pare una cosa che tutti, qua, sanno bene. Per questo sono tutti seri, col naso nella tazza. Oppure, semplicemente, stanno ancora dormendo….

L’aria è fresca ma non fredda e alle tre del mattino, sul ghiacciaio che porta alla Gengiva, fa troppo caldo. La luce della frontale che illumina la neve ha sempre quel non so che di misterioso. A tratti alzo la testa, la giro prima a destra e poi a sinistra, per intravedere le sagome del paesaggio oltre il buio, ma la notte è ancora troppo fonda e si scorge pochissimo. Se ci fosse un leone, oltre questo muro di nero, mi mangerebbe. Per fortuna qua i leoni non ci sono.

Terminato il ghiacciaio, sempre al buio, iniziamo a salire la bastionata rocciosa che porta al tratto più instabile, chiamato Gengiva (ovvio che si chiama Gengiva, visto che è la parte sottostante al Dente del Gigante). E che gengiva brutta, rovinata e sanguinolenta ha questo dentone. Passo davanti, in testa alla cordata, che evidentemente si fida del mio naso, anche se così, al buio, procedere non è per niente facile. Sassi che cadono da sopra, ci appiattiamo contro la roccia fino a che il rumore non cessa. Continuiamo. Questo tratto è così, le rocce a volte cadono dall’alto. Quando succedono queste cose penso sempre che sia la mano di Dio, che pur decidendo per me, mi ricorda che la vita è importante. A tratti i passi si fanno su roccia si fanno più complicati e i miei compagni di cordata mi fanno sicura su qualche spuntone. Siamo quasi in cima alla Gengiva, al cospetto del Dente, che sta facendo giorno…

La cresta, che porta fino all’Aiguille, è stretta e sinuosa. Un serpente che si snoda elegante e immobile davanti ai nostri occhi. Illuminato dai primi raggi del sole, già abbastanza caldi. In un susseguirsi di saliscendi affilati ma abbastanza tracciati. Si cammina piano, passo dopo passo, stando attenti a non fare errori. E si ascoltano il proprio cuore e il proprio respiro. La neve a tratti lascia spazio alla roccia, e poi torna ad essere neve.

Fino all’ultimo tratto in cui, tolti i ramponi, la parete richiede di assere affrontata con tre tiri di corda (da cui successivamente ci caleremo in corda doppia). Vanni sale sicuro in testa alla cordata, su un terreno tecnicamente non difficile ma sicuramente non del tutto stabile. E lì sopra, in cima, si trova la vetta. Ora così vicina, così accessibile, così lì. E la vetta è ancora più bella, più intensa, più forte. Anche se l’attenzione non cala, perchè ci attende il ritorno, che si svolge per la stessa via di salita. C’è una bella aria qui, un’aria più. Semplicemente più, perchè non c’è bisogno di aggiungere altro. Tutto qua è più. E allora passa tutto in secondo piano: la sveglia che era ora di andare a dormire, la fatica, la paura. E ti confondi con l’aria così sottile. Diventi parte di essa. Sei aria.

Ph. credits: Tatiana Bertera, Renato Fuselli, Vanni Farina

Compagni di cordata e di avventura: Vanni Farina, Rocco Duccini

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