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Cominciamo con una premessa: questo fine settimana il rischio era abbastanza importante (indicativamente livello 3 secondo Arpa Meteo, in rialzo a 4 nella giornata di sabato). Iniziamo dicendo che se avessi guardato il bollettino valanghe non sarei neanche dovuta partire. E io sono, in genere, una che guarda queste cose… anche perchè non credo di avere l’esperienza necessaria per valutare un pendio, la sua pericolosità, ecc ecc… Sarebbe un po’ pisciare fuori dal vaso, cosa che assolutamente preferisco evitare.

Dopo questa premessa ne devo fare un’altra: mi sono lasciata convincere (che poi a convincermi ad andare a fare skialp non ci vuole proprio nulla!), ho puntato la sveglia alle 3 e sono partita, senza guardare alcuna relazione e certa del fatto di essere con amici che, in quanto a scialpinismo, ne sapessero molto più di me. Continuo dicendo che è andato tutto benone, che ci siamo divertiti su un bell’itinerario alpinistico e in ambiente abbastanza isolato. Siamo stati gli unici a salire alla Punta Cadini (3520 metri) e a tracciare quindi l’ascesa. Eravamo da soli sulla parete, cosa affascinante e inquietante nello stesso tempo.

Ringraziando di essere davvero con persone più esperte di me, che quindi hanno saputo tranquillizzarmi quando non ero più così certa di quanto stessi facendo, un po’ di domande me le sono comunque posta… Rimangono domande, al momento senza risposta. Ognuno di noi la pensa diversamente, ognuno ha una diversa percezione del pericolo. Ogni scelta, se fatta con cognizione di causa, può essere ritenuta corretta.

Santa Caterina Valfuva, località Forni. Ore 8 e mezza circa. Partiamo. Non siamo gli unici a salire e la cosa mi tranquillizza. Ho passato i due giorni precedenti e tirarmi cretina guardando Arpa Meteo, che lanciava segnali quanto mai allarmanti (il che non è buono se poi, alla fine, decidi comunque di andare!). Parto certa che tanto, gli amici, hanno guardato bene l’itinerario. I pendii sono carichi, ma si sale restando abbastanza al centro della vallata. Passiamo dei bellissimi seracchi. Ho gli “occhi a cuore” e non mi pento della levataccia. Saliamo e saliamo, tutti deviamo verso le Cime di Pejo, un canalone alla nostra sinistra. Noi no. Dinanzi a noi la parete, ampia, della Cadini. La nord è evidentemente pericolosa… troppo ripida nella parte terminale e troppa neve sul pendio… La normale sale però stando a sinistra della nord. Un bel pendio che si impenna nella parte terminale. Al centro un seracco, e numerosi altri sopra le nostre teste. Si decide di passare tra una seraccata e l’altra, tracciando ampie diagonali. Si sta ben distanziati, per non caricare troppo il pendio. E’ inoltre buona norma, quando si è in gruppo: se succede qualcosa a uno, gli altri possono soccorrerlo… ma se quel qualcosa succede a tutti, allora sarà impossibile prestarsi soccorso a vicenda. In zona ha nevicato poco nei giorni precedenti (15/20 cm max) e il manto nevoso, sotto, è ben assestato.

Nel traverso che passa a monte del seracco e nella parte terminale, più verticale rispetto al resto della salita, non mi sento più così sicura. I dubbi mi affollano la mente. E se succede qualcosa? Cerco di ragionare con la mia testa, di fare le mie valutazioni. Mi accorgo di avere troppa poca esperienza per poter trarre conclusioni certe. Continuo su quel traverso, mandando giù un paio di lacrime. Quando ho guardato gli altri dichiarando: “Ragazzi io qua mi fermo”, loro hanno cercato di tranquillizzarmi. “Procedi piano, sii leggera e non farti prendere dal panico. La situazione è delicata,  ma procediamo uno alla volta. Parti e arriva in fondo al traverso, ma una volta che parti non fermarti a metà”.

Ho fatto così. Hanno fatto così tutti. E’ andato tutto bene. Chi doveva fare le valutazioni, ha valutato bene. Forse siamo stati anche un po’ fortunati. Non so. Sono dell’idea che la fortuna, un pizzico, in montagna serva sempre. E in quanto a sfortuna io credo di avere già dato, anni fa, in Adamello… una gamba frantumata e un viaggio in elicottero. Un anno e mezzo di piastre e chiodi. Nella gamba, non in parete! Mica poco… Come mica poco è stata l’espressione dei miei genitori quando, arrivati in ospedale, hanno appreso che non dovessero fare il riconoscimento della salma ma solamente portarmi in una clinica Milanese (l’ospedale di Edolo non era di estrema comodità devo dire!) per rimettermi in piedi. Io quel giorno, di Adamello, non ne avevo proprio voglia. Andai lo stesso, mi lasciai convincere.

Ci ho pensato ieri, sul pendio. Anche se questa volta la sensazione era stata molto diversa da quella provata in Adamello! Quella volta proprio c’era qualcosa, dentro, che mi diceva di non andare… Questa volta invece morivo dalla voglia di salire. Niente sesto senso quindi, almeno questa volta. Solo lo scontro con la consapevolezza di non saperne abbastanza di montagna. E allora, per tornare a noi… Cosa avrei dovuto fare? Tornare? Oppure, come ho fatto, fidarmi di chi ne sa più di me. Di chi ha molta più esperienza, sia anagraficamente che per quanto riguarda le ascese, di me?

Mi sono fidata, sono stata felice. Ma ora sono qua, che ragiono, che me lo chiedo e richiedo. Che sono sicura di non voler mollare la montagna, perchè è la cosa più bella che ho, ma che mi rendo conto di dover imparare ancora moltissimo.

E voi, cosa avreste fatto?

 

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