Lunghezza: 23,8 km  Dislivello: Circa 1.600 D+  Starting Point: Carona, Bg

Fine ottobre, quasi novembre. Un nervo sciatico che da più di un mese regala problemi. Poco allenamento. Una voglia stratosferica di respirare un po’ di aria leggera.

Che poi, per essere felici, ci vuole davvero poco. Perchè talvolta non è neppure necessario fare la prestazione (si parla sempre di “personale”, intendiamoci bene… una Tatiana non può certo ambire a chissà quali prestazioni! Ahahah!), ma basta “prendere e andare”! Fare quei piccoli gesti che ti danno l’idea di essere libera e che per me sono: mettermi alla guida, alzare la radio a palla e cantare mentre mi avvicino alla meta, fare colazione al bar, parcheggiare, scendere e accendere il Gps e, mentre attendo che prenda il segnale, sistemarmi lo zainetto in spalla, chiudere la macchina, schiacciare Chrono>Start e partire. Sono questi i piccoli gesti che mi dicono che sta per iniziare una giornata (talvolta, come in questo caso, una mezza giornata) di libertà.

Anche questa volta è andata così. Sveglia alle 6,00 (di sabato mattina, maledizione!). Faccia, denti e Suzy (Suzukina, la mia auto… Sì, non sono pazza, le ho dato un nome! Alle amiche si dà sempre un nomignolo pieno di affetto). Cd di Guccini come se non ci fosse un domani (non ridete, ultimamente l’Emilia mi garba assai!). Direzione Val Brembana. Colazione a Branzi da “La tavernetta di Juri e Marzia” (un grande classico, il bar che speri di trovare per le tue migliori colazioni, che già alle otto meno venti brulica di allegri nonnetti di paese ai quali interessa MOLTISSIMO sapere dove stai andando!). Auto posteggiata a Carona (sulla via che conduce alla partenza per i Rifugi Longo e Calvi, rigorosamente NON nelle strisce blu). Gps in modalità “ricerca segnale”. Zainetto Salomon sulle spalle (dal GTO questo è il mio preferito!). Chrono>start e partenza.

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Bastoncini che picchiettano sul terreno, di buon passo (fin troppo buono, poi rallenterò!), mi incammino sulla strada carrozzabile che attraversa il piccolo, bellissimo borgo di Pagliari. E’ abbastanza presto ma sono già diverse le persone che hanno abbandonato l’auto per dirigersi verso i rifugi, ancora aperti durante il fine settimana. Mi ritrovo a fare il primo tratto con tre camminatori dal passo decisamente buono… Uno mi racconta di aver fatto la prima edizione (nel 2015) del Gran Trail delle Orobie. Io cammino, ascolto, cammino. Passata la Cascata di Val Sambuzza (sempre uno spettacolo!), proprio sopra il secondo dei tre tornanti, un cartello indica la deviazione per il P.sso del Publino. I tre camminatori deviano da quella parte. “Vieni con noi? Anche da qua tra una mezz’ora puoi prendere una deviazione che ti posta verso i rifugi Longo e Calvi”. Per me è un sentiero nuovo e accetto di slancio. Abbandono lo stradone asfaltato e mi inerpico su per il bosco. Il sole spunta alle mie spalle prepotente e all’improvviso, e illumina il paesaggio di toni forti a accesi.

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Dopo qualche tornante in salita, all’altezza della Casera di Val Sambuzza, si stacca il sentiero Cai n. 208, che prosegue con un bel traverso nel bosco verso il Rif. Baitone e da qua, per sentiero Cai n. 224, si prosegue seguendo le indicazioni verso il Rif. Longo. Il sole è armai alto, invade il sentiero, la mente, il cuore, i polmoni. Tutto si riempie di sole, di “vida”. E di colpo le labbra si distendono in un sorriso, le tensioni della settimana defluiscono lentamente dal corpo, le gambe si fanno più leggere e persino il dolore alla gamba ora sembra più leggero. Questo mese di lontananza fisica dalla montagna mi è pesato. Non sono una maniaca delle gare (per ora ne ho fatte poche e selezionate) e neppure della corsa; come spesso mi è capitato di dire per me la corsa è “il mezzo” (uno dei tanti se vogliamo) per vivere la montagna. Il Longo si avvicina velocemente e, alle sue spalle, troneggia il Monte Aga. Mi viene di colpo in mente quando, 19enne e innamorata, dicevo che un giorno mi sarei sposata sulla cima dell’Aga. Lo avevo detto anche al diretto interssato che, ovviamente, non tardò molto a scappare da una pazza che lo voleva sposare sull’Aga! “E mia mamma come ce la facciamo salire?”, mi aveva detto. E io avevo replicato che “L’importante è trovare il prete!”. Beh, fatto sta che XXX scappò a gambe levate dopo un breve fidanzamento! 😛

Arrivata al Longo sono presa dalla terribile voglia di fermarmi a mangiare. Il profumo di brasato che riempie l’aria è davvero invitante. Sono lì lì per cedere quando, aprendo la taschina dello zaino, mi accorgo di essere completamente squattrinata. E’ destino… io questo giro me lo devo proprio fare! Imbocco il sentiero che sale dietro il rifugio in direzione Passo Selletta e Rifugio Calvi (sent. Cai 246/248). Salgo per 40 minuto buoni tra rocce grigio verdi, in un paesaggio davvero incantevole. Davanti a me, imponente, si erge l’Aga. Il lago del Diavolo è quasi completamente asciutto.

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Arrivata al Passo rimango letteralmente a bocca aperta. Mancano le parole. Quella che mi si apre dinanzi agli occhi è una vallata immensa e selvaggia, ora tinta di un bel giallo oro. Da qua il cartello segna due ore per raggiungere il Rif. Calvi e indica un bel sentiero che scende dolcemente verso sinistra (sent. Cai 246). In giro non c’è un’anima, il sole è caldissimo e il cellulare non ha rete. Sono nel nulla e la cosa mi elettrizza! Comincio a scendere di corsa e proseguo per una buona mezz’ora.

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I paesaggi si intervallano uno più bello dell’altro, uno più selvaggio dell’altro. ogni tanto mi fermo perchè certe cose meritano uno scatto!

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Il rifugio Calvi è sempre più vicino e ben segnalato.

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Tra una foto, un pezzo di camminata e una corsetta, proseguendo tenendo a bada quelli che ormai potrei definire “i morsi della fame” (avevo contato sul fatto di non dimenticare i soldi in auto e di mangiare qualcosa di veloce al primo rifugio!!!) arrivo al Calvi. Spet – ta – co – lo!

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Entro nel rifugio e chiedo una bustina di zucchero… La fame inizia a farsi sentire e, pensandolo un giro corto e confidando nei rifugi ancora aperti, non ho portato nulla se non qualche riserva idrica (Braaava, molto brava!).

Nella mia mente comincia a materializzarsi il gelatone che mi comprerò sulla strada del ritorno e, come per magia, le gambe cominciano a girare. Dove non possono più i piedi, può la fame (cit. by me!!!). Scendo seguendo la strada carrozzabile, la classica che generalmente viene fatta anche in salita per chi da Carona vuole un tracciato comodo e poco impegnativo per questo rifugio.

Alla fine, una volta arrivata alla Suzy, il Gps segnerà quasi 24 km… mica male come ripresa!

Il giro ad anello, avendo un tracciato quasi sempre esposto al sole, è consigliato soprattutto in Primavera e Autunno. Occhio allo sviluppo: non eccessivamente lungo ma richiede, comunque, un minimo di preparazione e allenamento. Errori da evitare: confidare nei rifugi e nel fatto che vi ricorderete di portare con voi del denaro >>> una barretta energetica non pesa nulla e può sempre tornare sempre utile!

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