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“Avevamo sete di scrivere la storia, di far parlare di noi, di fare quello che nessuno aveva mai fatto fino ad allora”. Era questo l’alpinismo ai tempi di Krzysztof Wielicki. E a dirlo è proprio lui, Krzysztof, dal palco di Milano Montagna, a un pubblico che se lo rimira con sguardo attonito. Sembra sprofondare nella poltroncina, sembra vecchio tutto d’un tratto, più vecchio della classe a cui appartiene. Un nonno che ricorda e che forse rimpiange un po’, che con il Piolet alla Carriera si è sentito mandare in pensione. Dalla società alpinistica, dal mondo dell’alpinismo. Lo ha detto sorridendo, il tono era quello della battuta, ma credo che le parole nascondano sempre un fondo di verità. E poi sembra rinascere, balzare in aria quasi avesse le molle sotto ai piedi, quando sul palco salgono Anna Torretta, Federica Mingolla e Lola Delnevo. Tre donne, tutte belle di quella bellezza che solo la forza interiore riesce a dare, tutte da abbracciare. Non è più il vecchio sprofondato nella sedia ma il Don Giovanni degli anni che furono. Come lo so? Perché è un alpinista, perché è polacco, perché l’occhio languido non inganna. Semplicemente perché doveva esserlo. E da donna la sua predilezione per le donne fascinose mi appare evidente. Sorride e scherza, con fare piacevolmente brillante. Perché le donne sono la seconda cose più bella dopo le montagne, che sono donne pure loro. E poi viene l’Italia, e il suo cibo meraviglioso, e quella lingua che lui sa parlare così scorrevolmente. Krzysztof Wielicki, classe 1950, è passato alla storia per l’ascensione invernale di tre Ottomila, di cui il Lothse in solitaria. A dirla tutta è stato il primo uomo, e ad oggi l’unico, ad aver scalato in solitaria e in inverno una delle 14 cime più alte della terra.

Ma è quella frase, “avevamo sete di scrivere la storia”, che continua a sballonzolarmi da un lato all’altro del cervello. E a forza di sbattere contro le pareti della scatola cranica finisce con l’amplificarsi.

Sono convinta che certe frasi arrivino in una dato momento, che è quello giusto, e che nulla a questo mondo accada per caso. Lo ha detto tra Eliud Kipchoge e Nirmal Purja. Tra il record del mondo del keniano Kipchoge, primo uomo ad aver corso la maratona in meno di due ore, e quello di Nims, il primo ad aver salito tutti i14 Ottomila nel tempo record di sette mesi. E se prima pensavo che forse non ci sono più persone in grado di scrivere la storia, perché tutto quello che si poteva scrivere era già stato scritto e perché ora è molto più difficile, le imprese di questi due extraeuropei (anche se mi verrebbe più spontaneo dire extraterrestri) mi riportano coi piedi per terra e alla frase di Krzysztof Wielicki.

Sì, la storia può ancora essere scritta. Non è scontato, non che una volta lo fosse, ma si può ancora fare. A volte c’è qualcuno che si fissa su una data pagina da scrivere e volendo scrivere solo ed esclusivamente quella, finisce con il perdere tutto. A volta capita che una storia valga più di tutto, anche della vita stessa. Altri invece dicono che il vero successo, per un alpinista, è sì scrivere la storia ma anche poterlo raccontare.

Sta di fatto che c’è ancora chi scrive la storia, anche se in modo diverso. In un modo che non è neppure lontanamente paragonabile a chi la storia l’ha scritta prima. Non è meglio, non è peggio, semplicemente è diverso. Sarei curiosa di sapere il parere di Krzysztof circa la scelta di Nirmal Purja di salire con l’ausilio dell’ossigeno supplementare, con tutta una serie di agevolazioni una volta impensabili. Le critiche sono già arrivate sia nei confronti di Eliud Kipchoge, sia in quelli di Nirmal Purja. Le critiche di chi vede nel successo degli altri il proprio fallimento e parallelamente anche i complimenti di chi riesce a vedere in queste imprese da molti definite “non del tutto pulite” un passo avanti per la storia della corsa su strada e dell’alpinismo.

Che vogliate riconoscerlo o no, per la prima volta, due uomini lo hanno rifatto, hanno superato le Colonne d’Ercole e aperto la strada verso le Americhe. Come moderni Cristoforo Colombo hanno aperto la via, iniziato una melodia, mosso il primo passo verso un qualcosa di nuovo e questo è quello che conta.

Scientificamente, in maniera studiata e iper-ragionata. Sapevano entrambi che scientificamente il loro corpo poteva arrivare a farlo.

Chissà se Krzysztof Wielicki, da quel palco, lo stava pensando. Chissà se dicendo quella frase ce lo ha voluto far capire. Sicuramente già quella sera, nell’aria, si sentiva odore di gente che ha sete di scrivere la storia, un odore buono, che sa di sangue, sacrifici e passione. Già si sentiva, quella sera, anche se nessuno di noi pare se ne sia accorto. Forse solo Krzysztof, lui che la storia l’aveva scritta per davvero anni addietro, oppure no….

Note

Krzysztof Wielicki è autore insieme a Piotr Drozd del libro La mia scelta – Vita e imprese di una leggenda dell’alpinismo polacco, adattato a tradotto da Luca Calvi per i tipi di Hoepli e facente parte della collana diretta da Marco Albino Ferrari

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