Sono seduta a terra poco dopo la finish line e con le mani mi tengo stretta la caviglia sinistra. Ho gli occhi chiusi e dalla mia bocca esce un suono misto, a metà strada tra il pianto e la risata. Mi viene da piangere e da ridere contemporaneamente, non mi era mai capitato. Il risultato è che il fiato rimane bloccato poco sopra l’esofago e quasi non respiro. Mio padre mi abbraccia chinato accanto a me e, prendendo il mio viso tra le sue mani, mi bacia sulla fronte. Il suo bacio, il bacio più bello, mi sblocca quello che avevo in gola. Finalmente respiro.

CCC top

E’ questa la conclusione di una storia. Una bella storia iniziata a marzo 2017. Un viaggio durato poco più di 5 mesi e conclusosi con i 101 chilometri della CCC.

“Complimenti, lei è stata selezionata” – 5 parole che iniziano a farmi sudare. Metà marzo: arriva la comunicazione che posso partecipare alla gara in qualità di giornalista. Ho il pettorale. Non mi resta che avvisare Giovanni Bonarini, preparatore atletico che, nel 2016, aveva fatto il miracolo, trasformando una schiappa in una “quasi atleta” in grado di tagliare il traguardo del Gran Trail delle Orobie (70k, 4200D+). I messaggi corrono veloci su What’s Up. “Giovanni ciao, sono nella c…a, mi hanno presa a una cento chilometri e non mi alleno più da quando ho corso il Gto. Devi fare il miracolo”. Lui, per tutta risposta: “Mi piacciono le tue mission impossible. Quanto tempo abbiamo?”.

CCC notte

Allenamenti ritagliati e orari improbabili – Giovanni mi conosce. Sono determinata e piena di entusiasmo, ma i miei impegni di lavoro fanno sì che io non riesca ad allenarmi con regolarità. Per questo prepara delle tabelle di training tarate sulla mia persona e sugli impegni di ogni mese. Il 21 marzo arriva via mail la prima tabella. All’inizio si tratta solamente di rimettersi in forma. Corro su strada, sul monte Canto (vicinissimo a dove vivo), in pista. Le ripetute le odio, ma so che servono. A volte corro la mattina prestissimo, prima del lavoro, oppure la sera col buio. Alcuni giorni mi verrebbe voglia di prendere le scarpe e di buttarle via, ma poi penso all’avventura che mi attende e quindi, anziché infilarle nella differenziata, le calzo ed esco ad allenarmi. Tra giugno e luglio le uscite diventano sempre più impegnative: i cosiddetti “lunghi” mi rubano intere giornate. 40 o 50 chilometri. Non sono più semplici allenamenti, sono “viaggi”, con tutti gli imprevisti del caso. Soprattutto quando sei, per scelta, in solitaria.

CCC tenda

Me stessa come unica compagna di viaggio – Quella di andare in montagna spesso sola è una scelta discutibile ma consapevole. La solitudine permette di stringere un rapporto ancor più vero e autentico con gli elementi che mi circondano, di ascoltare la voce delle vallate, il brontolio dei torrenti e il lamento degli echi. Prima della CCC mi sono messa alla prova in due trek impegnativi.

Sulle tracce della VUT – L’idea era quella di percorrere i primi 40/50 chilometri di questa tostissima gara che si svolge sui sentieri della Valmalenco e di pernottare al rifugio Palù… Ed è così che ti ritrovi, alle 19 di sera a smarrire la strada, come una moderna Pollicina ma senza molliche di pane, a trovare un alpeggio e a dormire nella casetta accanto alla stalla. E a cenare insieme ad un pastore che ti sveglia alle 5 del mattino perché bisogna “dare il latte” ai vitellini. Che ti chiede se in quel telefono “C’hai l’internet” e che la mattina successiva ti riempie lo zainetto (il Salomon S-Lab) di formaggelle, nel caso ti venisse fame. Le barrette non le conosce e le guarda con sospetto. Per non parlare dei gel!

CCC pecora

Una ricognizione originale – “Perché quelli forti prima della gara provano il tracciato”. Agosto, prima settimana di ferie. Con uno zaino del peso di 12 kg contenente tenda, sacco a pelo, materassino, cibo e abbigliamento mi appresto a fare la mia personale ricognizione della CCC partendo da Courmayeur. Durante il primo giorno di cammino percorro i primi 50 km. Arrivo per sera a Praz de Fort e sono talmente stanca che monto la tenda nel primo spazio verde, in apparenza un campo. Mi accorgerò solamente la mattina di aver campeggiato nel giardino di una villetta e, prima di ripartire, faccio colazione (e un immancabile selfie) con i padroni di casa, che vogliono sapere tutto di quello che loro definiscono “il mio pellegrinaggio”.

CCC viaggio

La sera del secondo giorno vengo sorpresa dal maltempo ma, come si suol dire, la fortuna aiuta gli audaci e trovo, proprio sul mio percorso, una vecchia stalla riadattata a rifugio d’emergenza per i camminatori. Dormo all’asciutto, anche se passo la notte a massaggiarmi le gambe per il freddo. Alle 23 il mio sonno sarà interrotto da due ragazzi che fanno irruzione nel “mio bivacco” tutti bagnati e infreddoliti. Loro entrano, io lancio un urlo. Ci guardiamo in faccia, la loro è illuminata dalle frontali quasi scariche, e scoppiamo a ridere. Sono dell’Oregon e sono in Europa appositamente per percorrere il Tour del Mont Blanc. Si tolgono i vestiti bagnati, mangiano una poltiglia fredda che pare il cibo degli astronauti, e si accucciano nei loro sacchi a pelo. La mattina successiva continua a piovere e le nuvole limitano la visibilità. Dovrò fare rientro in Italia prima di arrivare a Chamonix.

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La gara – 101 km, più di 6000 metri di dislivello, freddo, pioggia (fortunatamente solo durante la notte), fango, una caviglia dolorante, poi due caviglie doloranti, un papà che ti sostiene e un fratello che, con gli occhi mezzi aperti e mezzi chiusi, appoggiato al tavolone della base vita, alle tre del mattino, continua a farti video e foto con il cellulare. Una mamma che ti segue da casa, che posta sulla tua pagina Facebook video e foto, permettendo a chiunque di seguire live non “la prestazione di un’atleta” ma “la realizzazione di un sogno”. E ancora le salite e le discese, la luce delle frontali. L’ultima salita. L’ultima discesa fatta camminando perché le caviglie fanno male. Lo sforzo per tagliare il traguardo correndo, come tutti gli altri. Le voci, le foto. L’abbraccio di un fratellino che, anche se trenta centimetri più alto di te, continua a chiamarti sorellona. Il bacio di mio padre, stampato sulla fronte. Il bacio più bello. Le lacrime, il fiato in gola. La commozione. Pollici girati all’insù: “Va tutto bene, va tutto terribilmente bene”. 23 ore e qualcosa. Il tempo non conta. Conta il viaggio e contano le emozioni. Conta che ora, come allora, quando ci penso scende una lacrima, e la mia mente corre in direzione della prossima avventura.

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