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Da Calcutta, capitale dello stato indiano del Bengala Occidentale, fino alla vetta più alta della terra. Dal livello del mare fino agli 8.848 metri del monte Everest. È questa la prossima impresa del campione di endurance Nico Valsesia. Una classe 1971 che, negli anni, non smette di stupire. Solare, cocciuto e ricciuto, novarese doc, gestisce un negozio specializzato di biciclette ed è padre di tre figli. Ci ha abituati a una serie infinita di viaggi e avventure in giro per il mondo, di imprese più o meno grandi, a volte raccontate, a volte sussurrate o addirittura taciute. Perché farsi troppa pubblicità, esagerare, non è nel suo stile. Perché  a contare sono i fatti prima ancora delle parole. Ma questa volta pare averla pensata davvero grossa. Un progetto che non poteva passare inosservato.

Raggiungere telefonicamente Nico Valsesia e farci quattro chiacchiere è, e questa è la sorpresa, incredibilmente semplice. E la cosa più bella, quando sei dall’altra parte del ricevitore, è la chiara percezione di parlare con una persona che non vuole chiudere la comunicazione in maniera sbrigativa ma, anzi, desiderosa di raccontarsi. Una specie di fiume in piena, di parole e di emozioni, che traspaiono chiaramente dal tono della voce e dalla cadenza. E come non essere trepidanti quando sai di avere a che fare con la più grande impresa della tua vita? Ad Aprile, Valsesia partirà alla volta del Nepal, prima, e poi di Calcutta, da dove prenderà il via “From zero to Everest”. Lo abbiamo intervistato per sapere qualcosa di più di questa avventura.

Ciao Nico, cominciamo dalla domanda forse più ovvia e scontata: cosa pensi dell’impresa che stai per compiere?

Innanzitutto non la chiamerei impresa, ma avventura. Impresa è un termine che non si addice a quello che tenterò di fare, a mio parere. È troppo! Perché l’impresa è qualcosa di esagerato, quasi fuori dalle possibilità umane, cosa che invece “From zero to Everest” non è. A volte gli alpinisti esagerano nel definire quel che fanno, nel raccontarsi… Errore in cui io non vorrei cadere. La mia è una avventura, una avventura esagerata se vogliamo, ma pur sempre un’avventura. Dalla quota zero, quella del mare, fino al tetto del mondo: che dire? È semplicemente la sfida più impegnativa che io abbia mai affrontato.

Quali saranno le tappe principali di questa “avventura esagerata”?

Partirò a metà aprile alla volta di Kathmandu e, successivamente, nella Valle del Kumbu. Lì mi fermerò circa venti giorni per acclimatarmi e durante questo periodo salirò il Lobuche e l’Island Peak (due vette che superano di poco i 6.000 metri, ndr). Successivamente salirò fino a Campo IV (Colle Sud, quasi 8.000 metri, ndr) per lasciare del materiale che servirà al raggiugimento della vetta e sarò infine pronto per mettermi in sella alla mi bici e fare il tentativo. 1.300 chilometri in bici da Calcutta fino quasi a Lukla (la strada che porta fino alla cittadina è attualmente in costruzione e si suppone che i lavori non termineranno per la data dell’impresa, ndr), un centinaio di chilometri a piedi fino al campo base dell’Everest e infine l’ascesa.

From zero to…” è per te ormai un “format” collaudato. Quali sono state le sfide che hai portato a termine e che hanno portato fino a questa?

Nell’ordine ci sono il Monte Bianco, L’Aconcagua, l’Elbrus, il Kilimangiaro e il Monte Rosa.

Sappiamo che le ascese che hai appena citato sono state tutte no-stop, sarà così anche questa volta?

No, dal momento che questa avventura è molto più lunga e impegnativa, ho deciso che si svolgerà a tappe. La parte in bici prevede tappe da 300/350 chilometri al giorno, mentre i 100 chilometri che dovrò affrontare a piedi mi impegneranno un paio di giornate (il percorso prevede un dislivello di circa 5.000 metri d+ per arrivare a campo base, ndr). Una volta arrivato al campo base, sperando nel meteo favorevole, riposerò qualche ora prima di partire alla volta della cima.

Quale è l’imprevisto che ti preoccupa maggiormente?

Sicuramente il meteo in quanto trascorreranno, nel migliore dei casi, almeno 8 giorni tra la partenza da Calcutta e il raggiungimento della vetta, e in un lasso di tempo così lungo il meteo potrebbe cambiare enormemente.

Te lo avranno chiesto in tanti ma vogliamo farlo anche noi, quali sono le tappe della preparazione atletica e mentale per compiere qualcosa di così straordinario?

Trattandosi di una prova endurance (le esperienze più simili che ho compito sono le Race Across America, 5.000 km in bicicletta attraversando 12 Stati) la preparazione non è tanto qualitativa ma soprattutto quantitativa. A questi livelli poco mi interessa la velocità ma la quantità di tempo che trascorro in bici o, comunque, in attività. Quindi, compatibilmente con la vita personale e gli impegni di lavoro, cerco di trascorrere più tempo possibile in sella (due ore al mattino e tre in pausa pranzo, in settimana) oppure, ora che le montagne sono coperte dalla neve cerco di fare più dislivello possibili con sci e pelli. A febbraio farò una gara no-stop di 1.200 km in Marocco con la bici gravel… Sarà un ottimo allenamento a due mesi della partenza!

Parliamo invece della componente mentale. Quale è il fattore che, in questo genere di gare, ti pesa maggiormente? Hai mai pensato di fermarti o tornare indietro?

La componente mentale è importantissima e imprescindibile. La cosa che in genere più mi “pesa” è la privazione del sonno. Le ore di gara, soprattutto durante la notte, sembrano non passare mai. Non ho mai pensato di tornare indietro a causa della stanchezza. Se lo pensassi, probabilmente, avrei già smesso da tempo con queste gare. Invece la testa continua a macchinare nuove avventure e non mi sento mai completamente appagato. Una volta portato a termine un viaggio vorrei, subito, intraprenderne uno nuovo, a volte più difficile e impegnativo, a volte invece semplicemente conoscitivo e esplorativo. Questo per dire che la mia testa è sempre proiettata “oltre”.

Come è il rapporto con i tuoi tre figli e come vedono le tue avventure?

Ho tre figli: due maschi, di 18 e 16 anni e una ragazza di 12 anni. Quello di 16 è proprio qui davanti a me. Aspetta che glielo chiedo. (Si sente chiaramente che allontana il telefono dall’orecchio e chiede ad alta voce “Come vedi l’Everest?”… Silenzio. Poi Nico riporta nuovamente il ricevitore vicino a volto ridendo e mi confessa “Niente, non si pronuncia a fa cenni di pazzia!”).

I miei ragazzi sono sempre venuti con me in viaggio, in giro per il mondo. Per il momento pare non seguano le mie orme e la cosa non preoccupa per niente. Devono fare quello che si snetono di fare e vivere come desiderano. Io, come padre, posso offrirgli e mie esperienze e coinvolgerli, ma non mi sognerei mai di obbligarli a salire una montagna se, ad esempio, non se la sentono o se semplicemente non sono interessati. Adesso, mio figlio più giovane pare si stia appassionando di scialpinismo e corsa in montagna… vedremo.

Quale credi sarà, durante il viaggio, la cosa che ti mancherà maggiormente?

I miei figli, ovviamente. Anche se riusciremo a sentirci spesso perché in Nepal la connessione 4g è praticamente ovunque.

Ti immagini il giorno in cui, per qualche motivo, dovrai smettere per sempre di fare quel che fai?

Non riesco proprio a immaginarmelo. Credo che non smetterò mai, mai per mia volontà. Magari cambieranno le tipologie di avventura ma non lo spirito e la voglia. Magari salirò a 85 anni la montagna dietro casa, e quella sì che sarà una impresa! E magari morirò a 99 anni, inciampando su un sasso, ma senza aver mai smesso di sognare.

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