Bergamo – Milano, 7 dicembre 2014. Il grigio dell’A4 corre sotto le ruote dell’auto che sta portando Denis Urubko all’aeroporto di Malpensa. Alle 23,50 si imbarcherà sul volo che in qualche ora lo porterà in Russia, dove riabbraccerà la moglie e la figlioletta di due anni, prima di partire per il K2. Sebbene sia abituato, agli “arrivederci”, ogni volta è come se fosse la prima. Chiacchiera con disinvoltura, in quel suo italiano mezzo russo, seduto sul sedile dietro, accanto ad un saccone gonfio di vestiti, un trolley e un ombrello variopinto e decisamente femminile. Deve essere un regalo per Olga, la giovane moglie.
Non è passata neanche un’ora da quando ci ha accolti negli uffici della Acerbis di Albino (azienda bergamasca che lo sponsorizza per la spedizione, accanto ai noti marchi The North Face e Camp) per concederci un’intervista lampo ad un soffio dalla partenza. Tra un borsone e l’altro. Due parole davanti alla telecamera e poi via, alla volta di Mosca.
img_1739
Le prossime comunicazioni ci arriveranno, salvo imprevisti, a gennaio 2015 e direttamente dal campo base, posizionato ai piedi del versante nord est del K2. Perché sarà lì che trascorrerà i prossimi tre mesi, per tentare un’ascesa che segnerà un punto cardine nella storia dell’himalaysmo invernale. E anche perché lui, Denis, ci ha assicurato che farà tutto il possibile per informarci circa l’andamento della spedizione. “Perché è importante che non solo la comunità alpinistica ma anche tutti quelli che mi sostengono sappiano.” – ha spiegato.
Salire il K2 (6809 metri) in inverno, senza ossigeno e per di più aprendo una nuova via, è un’impresa senza precedenti. “Un’impresa un po’ matta, perché bisogna pensare in modo diverso”. Era stato ancora lui a tentare, nel 2003, la vetta in inverno e ad arrivare a quota 7800 metri insieme ad una spedizione polacca. Lui è l’uomo che è riuscito a giungere più in alto nella storia dell’esplorazione di questa piramide di ghiaccio, in inverno. “Siamo dovuti tornare indietro a causa del vento, troppo forte. – Racconta. – Da allora il K2 è rimasto per me una sfida aperta. L’idea di salirlo da nord est mi gira in testa da più di dieci anni. Prevedo, salendo lungo quel tracciato rosso, disegnato dapprima a penna su un foglio e guardato a riguardato, meno vento e parti in cui sarà possibile addirittura camminare. Ho una buona sensazione per questa spedizione. Mi sento fisicamente allenato e pronto”.
img_1751
Durante l’intervista Denis racconta della spedizione e poi, a microfoni spenti e nel corso del viaggio da Albino fino al Terminal1 di Malpensa, si racconta.
Insieme ai compagni Alex Txicon e Adam Bielecki  arriverà, tra la fine di dicembre e l’inizio del nuovo anno, a montare il campo base e a tentare la cima espugnando la parete da nord est. Con gli stessi compagni di cordata, da lui definiti “il miglior alpinista spagnolo ed il miglior alpinista polacco”,  a maggio di quest’anno ha raggiunto la vetta del Kangchenjunga, dal versante nord, aprendo una nuova via. “La cosa interessante è che siamo tre amici, non solamente compagni di cordata, ma amici”, questo Denis lo ripete più volte, quasi per sottolineare che per lui, questa spedizione, acquista un valore che va ben oltre la sola impresa alpinistica. Insieme a loro anche il fratello di Alex, il suo migliore amico e la compagna di quest’ultimo, che non saliranno ma li aiuteranno nella logistica.
“Staranno al campo base più basso, a quota 3800 metri, cucineranno e ci aiuteranno nel trasporto del materiale, se vorranno, fino al campo base avanzato a 4600 metri – racconta. Un cargo di 61 chili di attrezzatura è già stato spedito un paio di settimane fa con destinazione Kashgar (Cina) e molto altro dell’occorrente verrà acquistato in loco, pochi giorni prima di partire per il trekking di avvicinamento.
Date le condizioni estreme del K2 in invernale (le temperature dovrebbero raggiungere i 50 gradi sotto lo zero), la salita “one shot” (per gli specialisti, in stile alpino) gli sarà impossibile. Si monteranno i vari campi (ne sono stati previsti 5) e si procederà con il normale acclimatamento.
“Il  versante est è meno ventoso rispetto a quello a nord e quindi più percorribile, salvo una zona rocciosa di qualche centinaia di metri che si trova già a quota 8000 e che sembra davvero dura. La vera difficoltà sugli 8000, spesso, non è tanto il freddo ma il vento, che ti porta via come un pallone. E porta via anche le tende e le attrezzature. Per questo è importante procedere un passo alla volta, attrezzare la via di salita (con corde fisse, indispensabili per la discesa in sicurezza) e stare attenti ad ogni minimo dettaglio. Spesso montare solo le tende è rischioso per via del maltempo. Bisogna preparare anche delle trune nella neve, che possono fungere da riparo d’emergenza. Un errore, anche banale, può compromettere la buona riuscita dell’impresa – Racconta. – La via è del tutto nuova, tranne un piccolo tratto in cui la nostra linea di salita si sovrappone a quella percorsa dagli americani nel 1978.  Dovremmo arrivare fino a quota 7500 metri senza troppe difficoltà, camminando ed arrampicando su ghiaccio, montando i vari campi e facendo bivacchi dove necessario. Dovremo fare attenzione ai crepacci e ad una zona, poco sotto la vetta, che è a forte rischio valanghe, a seconda delle condizioni di innevamento. La parete rocciosa che dall’ultimo campo porta fino alla vetta… quella è la vera incognita di questa spedizione: avendola osservata da lontano, non so ancora bene cosa mi troverò davanti. Non posso anticipare molto. Quello che è sicuro è che sarà necessario procedere passo dopo passo, come nel lavoro in miniera: un pezzettino alla volta”.
La spedizione, raccontata da Denis con quella semplicità che lo contraddistingue, sembra priva di grossi pericoli oggettivi. In realtà, anche se non viene detto esplicitamente, la cronaca parla chiaro: quando si tratta di Ottomila le possibilità di riuscita si riducono al 50% e in inverno sono addirittura più basse e, come dice Urubko, una volta arrivati in cima l’unico pensiero è quello di tornare indietro il più velocemente possibile.
Colpo di scena. L’invernale al K2 si rivela un’impresa molto più di difficile del previsto. Ormai in partenza, con parte dei finanziamenti già raccolti e dell’attrezzatura inviata, quando già aveva ringraziato tutti per la fiducia dimostrata e (quasi) salutato la famiglia, la Cina gli nega il permesso. Succede proprio in questi giorni a Denis Urubko.
L’alpinista, che sarebbe dovuto atterrare ieri a Kashgar (Cina) e iniziare i preparativi per il trekking di avvicinamento al campo base, si ritrova ora, inspiegabilmente, ancora in Russia. Quella di Denis, lo ricordiamo, sarebbe la prima invernale assoluta sulla parete himalayana, la cui cima tocca gli 8.609 metri.
7 Aveva preparato tutto nei minimi dettagli: i materiali, l’avvicinamento, aveva pensato all’ascesa e ai vari campi. A incutergli timore erano il vento, il rischio valanghe, ma non era sembrato preoccupato per la burocrazia cinese. E invece qualcosa, nella logistica, pare non stia funzionando.
We take part in the competition. Two teams.
One team : three climbers, small funds. Our opponents : the weather, the Chinese bureaucracy, problems at every step of preparation for the 
expedition.
Our award – first winter ascent on K2.
Who will win?
We hardly collect points- train, getting support from all over the world, not only financial.
First of all many people give us really faith.
But suddenly we lose points 5 days before departure – Chinese authorities denied us. We have not permit…
“Now what shall we do?” said the queen. 
Left 74 days to prepare and carry out an expedition…
It is hard, but we take part in the competition and will use any chance”.
 
E’ questo il messaggio pubblicato sulla pagina Facebook di Denis quando, già, avrebbe dovuto essere in viaggio. Perchè le cose spesso non vanno come previsto. Perchè, come successo anche altre volte in occasione di altre spedizioni, le autorità cinesi stentano a concedere il permesso per l’ascesa alla montagna, spesso promesso solo a voce dall’intermediario locale. L’agenzia di trekking con la quale l’alpinista si era messo in contatto per arrivare fino al campo base, la stessa che in teoria avrebbe dovuto gestire la logistica e l’ottenimento dei permessi per l’intera spedizione, a pochi giorni dalla partenza ha comunicato alcune difficoltà burocratiche.
Solo settantaquattro giorni prima che finisca l’inverno. Per ottenere quel permesso ed effettuare la spedizione. Sarà dura, ma ormai si sono messi in gioco e useranno ogni chance a loro disposizione pur di partire.
Se anche prendesse quel volo,ci ha raccontato l’amico e compagno di numerose avventure Simone Moro, senza i permessi non potrebbe neppure mettere piede sulla montagna.
Ed è proprio a Moro che, stamane, Denis ha mandato una mail, per informarlo circa la situazione.
A volte capita che le autorità chiudano la frontiera da un giorno all’altro, come successe anche a Moro nella spedizione del 2009 al Cho Oyu, facendo naufragare il progetto. Nel caso di Urubko non sappiamo ancora se fosse prevedibile o meno, ma di certo sappiamo che ora si trova in Russia, a lottare di ora in ora per il suo sogno.
 
 
DENIS URUBKOIL SOGNO STRONCATO DALLA BUROCRAZIA  CINESE
Questa spedizione “non s’ha da fare”. Lo ha impietosamente decretato ieri, via mail, il governo cinese. Di nuovo ha negato il permesso, dandone notizia proprio la mattina di Natale. Neppure a gennaio 2015 il team di Denis Urubko partirà quindi alla volta del K2. Niente da fare. Il sogno è naufragato ancor prima che gli alpinisti potessero vederla, la montagna.
Ad annunciarlo al mondo proprio il capo spedizione Urubko, che lo ha fatto, poche ore fa, attraverso i social. Un messaggio semplice ma non privo di rammarico, nel quale racconta della mail pervenutagli alle 6 di mattina (ora russa) del 25 dicembre e alla quale ha cercato di ribattere, senza però riuscire ad ottenere alcun riscontro apprezzabile. Il governo ha parlato chiaro: a causa di alcuni recenti episodi di terrorismo avvenuti nella provincia dello Xinjiang, la situazione per i turisti stranieri, in questo momento, non è sicura. Per questo motivo il governo preferisce chiudere la frontiera a tutti, nessuno escluso.
L’alpinista ci ha provato fino all’ultimo, rispondendo che il suo team avrebbe evitato per quanto possibile di rimanere nella città di Kashgar, considerata zona a rischio, e che si sarebbe immediatamente diretto verso il K2. Un po’ come dire “ci togliamo dai piedi e non diamo fastidio”, ma niente. La risposta è stata una seconda mail, categorica, nella quale si raccomandava di prendere contatti con la compagnia di trasporti a cui era stato affidato l’equipaggiamento utile per la spedizione e di organizzarne il ritorno, affinché non andasse perduto.
Alex Txikon e Adam Bielecki avevano parlato, poco più di sette giorni fa, di un semplice slittamento della partenza di due settimane.  Avrebbero comunque tentato  la prima invernale della storia al K2 entro metà marzo. Avevano inoltre dichiarato che, anche se con meno tempo rispetto a quanto previsto, la spedizione sarebbe ancora andare a buon fine. Erano sembrati ottimisti. Adam aveva addirittura scritto sul suo blog personale di non essere eccessivamente dispiaciuto, in quanto avrebbe potuto trascorrere le festività con la famiglia. Denis invece aveva preferito rimanere in silenzio, forse perchè già un po’ se lo sentiva, oppure per non dare false speranze. Si era limitato a ringraziare tutti del supporto e della fiducia dimostrate ed esortato ad incrociare le dita affinchè, dalla Cina, arrivasse l’agognato Sì.
Sarebbe stato un bel regalo di Natale, che purtroppo non è arrivato.

Condividi