tamara3Cinque parole per descriverti.

So che è una domanda strana per iniziare una intervista, ma ti chiedo cinque parole con le quali ti identifichi.

Dall’altra parte un attimo di silenzio, poi Tamara scoppia in una sonora risata. Una delle sue. Una di quelle che fanno simpatia e ti fanno pensare che il mondo, dal momento che ci sono persone come lei, sia un po’ più bello. Sono in conference-call con Tamara Lunger, da qualche tempo tornata dall’invernale al Nanga Parbat. Anche questa volta Skipe ha fatto il suo piccolo miracolo e riesco a parlare con Tamara a quattr’occhi, anche se si trova dall’altra parte dell’oceano, per la precisione a San Diego, dove sta prendendo il brevetto per diventare pilota elicotterista.

Il che, viene da pensare, se sei una donna la dice già lunga sul tuo carattere! Ma nella famiglia Lunger paiono tutti un po’ così: gente d’acciaio, intrepida e determinata, che ama vivere la propria esistenza fino in fondo. Gente di carattere insomma.

Gli occhi blu di Tamara fanno capolino dallo schermo. Pare in gran forma. Sorride facendo vedere tutti i suoi denti smaglianti. Sorride sempre la bella altoatesina! Purtroppo con il video acceso la comunicazione non è ottimale e siamo costrette a spegnerlo e a passare solo alla modalità “voice”. Un peccato non poter vedere le espressioni del viso mutare, lo sguardo accendersi e le labbra distendersi, mentre mi parla della sua vita, dei suoi amori e delle sue montagne.

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Tamara inizia a raccontare, o meglio a raccontarsi. Le parole escono di getto. E’ una decisa lei, non ci deve pensare troppo.

“Cinque parole? Vediamo… Sono una testa dura, nel senso di decisa e determinata. Quando voglio una cosa faccio di tutto per ottenerla. E’ l’unico modo che conosco per avere risultati. E poi sono una che sa soffrire, e tanto, quasi fino alla fine. Me ne sono accorta quest’anno sul Nanga, quando faceva quel freddo tremendo, oppure in esperienze dure come la Transalp. So che quando la sofferenza fisica si fa troppa, allora è necessario cominciare a far girare bene la testa. La testa è capace di portare il corpo oltre le nostre aspettative: laddove il corpo vorrebbe fermarsi, lei ti spinge ad andare oltre”.

Tamara parla decisa e tutta questa maturità sembra quasi tradire la sua giovane età.

E siamo così a due: testa dura e sai soffrire… Poi?

“Poi so essere passionale e sentimentale” continua, smorzando una risata. “ In tutto, dalla A alla Z. Con la montagna come con i ragazzi. E’ il mio modo di essere. Inoltre sono spirituale, nel senso che quando sono tra i monti, nelle mie Dolomiti come nei luoghi più reconditi del Pianeta, sento fortissima la connessione spirituale con la natura che mi circonda. L’energia che deriva dalle montagne è qualcosa che mi pervade e che sento forte dentro di me. E infine credo in Dio. Per me Dio è qualcosa di molto importante e lo prego spesso. Prego quando ho dei bisogni, ma non solo. Ci parlo e sono fermamente convinta che Lui ci sia, mi veda sempre e che provveda per me. Di solito fa in modo che le cose vadano come desidero e quando succede diversamente, anche in quel caso c’è un motivo. Come dire, mi tiene per mano, dalla mattina quando mi alzo fino alla sera, quando mi corico a letto”.

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Questa “cosa” di Dio è molto interessante e mi piace l’idea di chiedere qualche spiegazione in più a riguardo… Tamara non esita a fare un esempio pratico e particolarmente attuale.

“Anche mentre salivo al Nanga ho pregato, durante l’intera ascesa. Volevo arrivare in cima e raggiungere il mio obiettivo. La testa si era già messa in moto per portare il mio corpo fino alla vetta. Poi si è alzato quel vento che mi ha impedito di terminare la salita. Qui, credo ci sia stata la mano di Dio, che si è adoperato perché tornassi a casa sana a salva. Sono convinta che se fossi arrivata in cima, quel giorno, ora non sarei qua a raccontartelo!”.

La maturità e il modo in cui Tamara concepisce la montagna sono qualcosa che sorprende e nel contempo affascina. Ma da dove arriva questa giovane alpinista?

Nata a Bolzano nel 1986 e figlia di un noto scialpinista italiano, Tamara le montagne le ha stampate nel suo Dna, ed è forse proprio per questo motivo che ama definirsi un po’ come la mitica Heidi. Ha vissuto tutta la sua vita tra le montagne, i genitori sono addirittura proprietari di un rifugio in Alto Adige. Il suo nome sale alla ribalta nel 2014, quando raggiunge la vetta del K2. E’ la seconda donna italiana nella storia dell’alpinismo a ottenere questo successo e tutti i giornali parlano di lei, della Heidi che ha salito il K2. Torna e in pochissimo tempo conquista tutti con il suo entusiasmo e la sua voglia di vivere. Ma questa vetta non è, in realtà, il suo primo successo. Tamara è un’atleta da sempre, e fa vita da atleta. Lavora e si allena duramente per raggiungere i risultati desiderati. Tra i molti sport praticati nell’infanzia figura, addirittura, l’atletica leggera. Ma il suo cuore è in realtà sempre stato per e tra i monti. Sono pertanto le discipline connesse alla montagna che la attraggono di più, con un occhio di riguardo per lo scialpinismo, oltre che per l’alpinismo. Come membro della squadra nazionale di skialp è riuscita a vincere titoli importanti: tra questi quello di campionessa italiana nel 2006 e 2008, di vice-campionessa nel 2007, ha vinto la Pierra Menta nel 2007 e nel 2008 e anche il titolo di campione del mondo sulla lunga distanza sempre nel 2008.

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“Ero alle medie e già sognavo di scalare un 8.000. In casa mia si respirava alpinismo – racconta Tamara – e quando vedevo le immagini di certe montagne e di certi luoghi sperduti mi ripromettevo che anche io, un giorno, avrei salito quelle pareti e varcato certi confini. Nel 2009 la prima spedizione alpinistica all’Island Peak (6.189 metri) mi ha fatto capire che l’alpinismo era quello che volevo fare nella vita, né più né meno”.

Da quel momento è tutto un “salire”, nel vero senso della parola: nel 2010 è in assoluto la donna più giovane a raggiungere la cima del Lhotse e, nello stesso anno, tenta il Cho Oyu, senza però arrivare in vetta. Seguono altre e numerose spedizioni importanti. Nel 2011 la troviamo in vetta al Khan Tengri (7.010 m); L’anno successivo al Muztgah Ata (7.546 m) e poi al Broad Peak, del quale però non raggiunge la sommità. Tutte grandi esperienze che la fanno crescere sia alpinisticamente che come persona. Nel 2013 conquista il Pik Lenin (7.134 m). Dopo il K2 senza ossigeno, nel 2014, nel 2015 tenta la salita invernale del Manaslu (8.163 m) con Simone Moro. Nella fase di acclimatamento i due, che sono una cordata ormai collaudata, aprono una nuova via in stile alpino sulla parete nord dell’Island Peak (6.182 m) e fanno una prima salita del Kang Lemo Central (6.100 m).

Tamara ha inoltre portato a casa, in passato, anche risultati interessanti per quanto riguarda il trailrunning.

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Ph. M. Puccini

La conversazione telefonica continua e Tamara mi racconta che per lei la montagna è come un ragazzo.

“Mi ci devo innamorare di una parete, di una montagna. E una volta che questo accade ogni sforzo non è più dovere, ma puro piacere. Sono una sognatrice, sono sentimentalista, ma è così!”.

Capisco che Tamara è sì una sportiva, sì un’alpinista ma è anche, e prima di tutto, donna. E questo è quello che affascina di lei. I sentimenti, il cuore, la testa di una donna e, dentro, forza e tenacia da “bagnare il naso a tanti maschietti”. E allora mi viene spontanea una domanda. Quella circa la sua vita sentimentale. Tamara in questo momento non è fidanzata ma viene da chiedersi come, in un futuro, pensi di conciliare amore, famiglia e montagne.

A questa richiesta parte un’altra sincera e genuina risata.

“Adesso sarebbe impossibile. – risponde – Per ora la priorità sono le montagne. Forse un giorno sarò anche mamma, ma se sentirò il desiderio di partire in spedizione, lo farò. Può sembrare brutto, ma sono convinta che nella vita una persona debba fare sempre quello che si sente e quello che la rende felice. Perché solo così potrò essere una donna realizzata, capace di regalare positività a chi mi circonda”.

Senza neanche darmi la possibilità di fare un’ulteriore domanda, Tamara prosegue nel discorso e comincia a parlare della sua famiglia: padre, madre e sorelle. Il papà era ed è, per lei, un mito. Oltre ad essere scialpinista, il padre della giovane era uno scalatore semiprofessionista.

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“Quando papà doveva partecipare alle gare di mountain bike, tutta la famiglia andava con lui. Facevamo il tifo per lui e vivevamo a stretto contatto con atleti di alto livello. C’è un aneddoto divertente che mi piace ricordare: ero piccola e, in una delle trasferte di famiglia, la mia attenzione si è soffermata su uno di quei furgoni tipici pieni di adesivi e di sponsor. Ero una bambina ed evidentemente la testa era proprio quella di una bambina. Mi ha affascinata molto e ho pensato che un giorno anche io avrei avuto un furgone come quello, pieno di sponsor”.

Il modo che ha Tamara di raccontare le cose, il suo accento fortemente tedesco, sono unici.

Il tempo stringe e la nostra chiamata volge al termine. Prima di chiudere la comunicazione chiedo a Tamara quello che avrei dovuto domandarle fin dall’inizio, cioè come sta andando la “scuola per pilota elicotterista” che sta frequentando a San Diego. La sua risposta arriva entusiasta.

“Bene grazie, giusto ieri ho superato un esame scritto, mi aspettano ancora un esame di volo e un colloquio finale. Sono ottimista”.

E come non esserlo? Tamara: la ragazza, l’alpinista, la sognatrice, può fare davvero qualsiasi cosa e poi, con quel sorriso radioso, chi la ferma?

Tatiana Bertera per Stile Alpino

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