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“Perchè du is megli che uan”. Lo diceva anche una nota pubblicità. In due è meglio e si riesce a sognare meglio.

Il mio sogno era quello di fare un’esperienza dalle Ande fino al mare, dai 6.000 metri fino a quota zero, in totale autosufficienza e organizzando il viaggio step by step, assieme al mio compagno, senza contattare un’agenzia viaggi. Un obiettivo piuttosto ambizioso che ovviamente nascondeva in sè una buona dose di imprevisti. Ma cosa sarebbe la vita senza imprevisti? … Che si sono presentati (gli imprevisti) fin dal primo giorno. Eravamo partiti prenotando tre cose: il volo (andata e ritorno), un’auto e un volo interno diretto a Panama City. Giorno 1: abbiamo saputo solamente arrivati che, per salire in vetta sia al Cotopaxi sia al Chimborazo, bisognava avere una guida alpina (intendiamoci, se sei ecuadoregno le cose funzionano diversamente, pare tu possa salire e scendere senza problemi!!)… altrimenti non si poteva nemmeno partire dal rifugio. Certo, ci siamo anche detti: “E cosa fanno? Ti puntano una pistola alla tempia e ti dicono di non andare?” Ma il tempo era poco e siamo quindi andati a cercare una guida! Il lato positivo? Che presa in loco, si può risparmiare rispetto ad organizzare tutto da casa.

Affrontare un viaggio di questo tipo richiede tanto affiatamento e complicità, ve ne accorgete subito . Lo stress di un viaggio di questo tipo è, infatti, alto. Un altro errore del nostro viaggio “fai da te” è stato quello di prendere un po’ “sotto gamba” la questione acclimatamento: abbiamo sbagliato le tempistiche e i giorni di riposo, peccando (ovvaimente) in difetto!

Presi dall’euforia del momento e della bellezza del panorama,  già il primo giorno abbiamo scalato una vetta di 4.700 metri. Il secondo abbiamo “passeggiato” a 4.000. Il terzo giorno, abbiamo salito un altro 4.700 e, nella notte tra il terzo e il quarto giorno (a mezzanotte per la precisione), siamo partiti per l’ascesa al Cotopaxi, un vulcano attivo delle Ande che si trova in Ecuador a quota 5.872 metri.  Qualcuno potrebbe chiamarla follia, soprattutto se si considera che abbiamo tentato la cima sotto una fitta nevicata, raffiche di vento e temperature tra i meno 15 e i meno venti. Siamo arrivati a 40 metri dalla vetta, sentivamo l’odore dello zolfo che impregnava l’aria attorno noi. Le condizioni fisiche del mio compagno non erano ottimali, abbiamo quindi deciso di scendere e rinunciare alla cima. Rientrare non è stato facile.  Ricordate sempre che, quando si sale poi, bisogna anche avere la forza per tornare indietro con le proprie gambe.

Volcán Cotopaxi (questa foto, e le altre scattate in condizioni estreme, è stata fatta con Trekker X4 di Crosscall)

Un giorno e mezzo di pausa, ed eccoci ancora in pista, per salire il Chimborazo (6.310 metri), la cima più alta dell’Ecuador. Questa volta, a causa dello stress fisico perpetrato per più giornate consecutive e per la mancanza di riposo, ero io a stare poco bene e ad avere la febbre intorno ai 38 – 38,5 gradi. Ma non si poteva rimandare (la guida era stata pagata per quella notte e non avrebbe potuto spostare l’ascesa causa altri e successivi impegni lavorativi) e quindi, sotto l’effetto di una tachipirina, abbiamo comunque provato l’ascesa. Questa volta la rinuncia è stata a 100 metri dalla vetta. La guida si è complimentata con me, perché anche con la febbre ero arrivata a 6.100 metri di quota. Io invece mi sentivo morire dentro. Volevo solo piangere e gridare dalla rabbia!

Ho chiesto scusa a Rocco. In fondo questa vetta mancata era colpa mia e della mia febbre! Temevo, giuto un po’ lo temevo, che si sarebbe arrabbiato… Mi ha risposto che non era importante e che quello che contava, per lui in questo momento, era vivere una cosa così grande assieme, sapendo di aver fatto tutto con le nostre sole forze..  Certo fare la vetta sarebbe stato mille volte meglio. Mille. Ma era la prima volta. E avevamo fatto come credevamo meglio per noi. Sbagliando, indubbiamente sbagliando. A mente fredda, posso dire che aveva ragione, solo ora riesco a rendermene conto. Abbiamo fatto tanto e imparato tanto. Ci siamo messi in gioco, abbiamo provato, sbagliato, imparato. Abbiamo sofferto, pianto, sorriso.

Laguna Del Quilotoa

Dopo questa esperienza, abbiamo ripreso la nostra macchina, noleggiata per non dover dipendere dai mezzi pubblici, e siamo ripartiti. Siamo stati nella Foresta Pluviale e poi a Panama (vi ricordate il volo interno su Panama City?!?). Da Panama abbiamo trovato un passaggio (moooolto avventuroso) per le Isole San Blas, dove abbiamo trascorso una settimana in barca a vela e conosciuto la fantastica popolazione dei Kuna.

San Blas Islands Panama

Un viaggione, un’esperienza unica. II consiglio che posso darvi è di non affidarvi alle agenzie, organizzare il meno possibile, anche a costo di correre qualche rischio. Interagite il più possibile con la popolazione locale e soprattutto, divertitevi, ridete più che potete. I momenti difficili, forse anche le lacrime, ci saranno… ma poi ricorderete gli attimi felici, e non quelli in cui avete pianto.

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