ESINO SKYRACE, BUON(ISSIM)A LA PRIMA

Esino Skyrace – un giorno dopo…

Davanti a una tazza di caffè nero, con la pioggia che cade e tu che la guardi distrattamente dalla finestra, sembra tutto più semplice. E si ricordano solamente le cose belle, come la trepidazione del conto alla rovescia, quel tre due uno che dura un’immensità; lo slancio della partenza cercando di portarsi avanti, per evitare il tappo sulla prima parte di percorso. I panorami, ah! I panorami della Esino ti entrano proprio nel cuore. I miei preferiti sono le vedute dai Pizzi di Parlasco, quelle che non trovate neppure Googlando ma che meriterebbero una sezione speciale sotto la voce “paesaggi”. Mi dicono che ormai su internet si trova di tutto ma per vedere quelle non basta cercare nel web, per vedere il lago di Como da quell’angolazione tocca proprio andarci. E camminare e fare fatica, per poi guardare giù.

Poi ci ripensi e ti sovvengono anche tutti quegli attimi in cui la fatica e il dolore (nella discesa dal Monte Croce ho fatto un volo d’angelo scaraventandomi a terra) hanno avuto la meglio, obbligandoti a domandare perché. Perché la sveglia alle 5,30 e perché quell’orrendo piatto di pasta a colazione. Perché tanta fatica per la conquista di una posizione che non sta neppure ai piedi del podio. Perché i dolori che provo ora alle gambe, anche stando seduta alla scrivania. Troppe domande e nessuna risposta. Ma in fondo il trail è così, la montagna è così. Siamo i conquistatori del niente, i corridori del cielo, e forse la nostra speranza è solamente di poterlo raccontare, un giorno, a qualcuno. Un figlio, un nipote, un vecchio amico nell’ombra di un bar e davanti a una tazza di qualcosa, lamentandoci degli acciacchi tipici dell’essere ormai troppo in là con gli anni. Ecco, questo sarebbe davvero bellissimo.

E quando la racconteremo, questa avventura, potremo farci venire gli occhi lucidi. Perché i ricordi, quelli belli, fanno sempre brillare lo sguardo di un luccichio speciale. Sentimentalismi a parte, la Esino Skyrace è davvero una gara da mettere nella to do list: “dura” il giusto per essere soddisfatti (e non disfatti). Una gara da preparare, perfetta nella prima parte della stagione per mettersi alla prova su una distanza non esagerata e un dislivello ragguardevole.

I primi 16/17 km, nei quali si concentra quasi tutto il dislivello (2000 metri), sono i più impegnativi e spettacolari. Dalla salita irta verso i Pizzi di Parlasco, un bellissimo crinale tutto da correre, alla discesa a perdifiato verso il Cainallo. Se a questo punto, però, avete già i muscoli che urlano vendetta… beh, valutate bene se continuare oppure no. Il dislivello infatti è ancora parecchio (poco più di mille metri) così come i chilometri che vi separano dal traguardo (circa 18). Dal Cainallo però si possono usare i bastoni (trasportati dall’organizzazione) e quindi ecco un aiutino che può tornare utile.

La salita verso il rifugio Bogani non è lunghissima, da qua, ma comunque abbastanza impegnativa. Alcune parti, in falso piano o brevi discese, sono da correre e servono per sciogliere le gambe che, a questo punto, hanno accumulato 1500 metri di dislivello positivo.

Dal Bogani una bella discesa, intervallata da una corta ma ripida salita, conduce alla Porta di Prada, uno dei punti più spettacolari del tracciato. E quindi…? Finita? Giammai. Oltrepassato lo spettacolare arco in pietra calcarea inizia l’ultima grande salita che porterà al Monte Pilastro e Monte Croce.

Dal Monte Croce (che vista anche da qui!) sono 10 km di discesa, nella prima parte tecnica e impegnativa (infatti sono caduta!), poi decisamente più corribile ma mai, mai banale.

E che dire degli ultimi chilometri, quegli ultimi 4 o 5 chilometri di sali-scendi e quegli ultimi 100 metri di salita. Denti stretti fino alla fine, anche se le gambe fanno male, il ginocchio (quello che hai pestato nella caduta) è un po’ gonfio e i piedi non sono più così scattanti.

Scendo scendo scendo, vedo tre ragazze davanti a me ma non riesco a prenderle. Arriveranno in nona, decima e undicesima posizione. La voglia di camminare è tanta ma mi ripeto che non si può mollare agli ultimi due chilometri. Mi passa Roberto Fluido Beretta, mi passa proprio qui e per un po’ mi fa da lepre. Grazie!

Poi l’ultima salita, il passaggio in paese e il traguardo. 4 ore e 33 minuti, 27 km e 2100 d+. Soddisfatta. Questo è il momento in cui mi dico che ho fatto bene a non camminare, a tenere duro anche quando sembrava così difficile. Anche solo dieci minuti in più avrebbero fatto la differenza…

Ora sono qui che riposo le gare e penso che manca poco meno di un mese alla prossima, molto più impegnativa.

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