Gli inaspettati regali del Signor Covid-19

All’inizio è stata disperazione allo stato puro. “Non posso più uscire di casa, come farò? Come sarà? E che ne sarà dell’aperitivo, del cane, del gatto, della parrucchiera, del mio tradizionale caffè delle 14 al bar dell’angolo, della corsa serale con foto al tramonto, del panettiere che se non mi vede passare non ci dorme la notte e degli unicorni rosa?”.

Abituati alla frenesia della routine “sveglia, colazione, lavoro, pranzo, lavoro, sport, cena, tv” il più delle volte infarcita variabili non secondarie quali “figli, fidanzato/marito, scuola, palestra, aperitivo, cinema, amici” il lockdown ci ha colti impreparati e spaventati.

Ho seguito l’evoluzione che ha portato a quella che io definisco “nuova coscienza del proprio IO in relazione allo stile di vita” attraverso i social. I social, proprio loro, che ormai hanno sostituito le agenzie stampa e rivelano, meglio di ogni altra indagine sul campo, i sentimenti e lo stato d’animo della massa.

All’inizio della fase1, proprio dai social, trapelavano malcontento, indignazione, ribellione, aggressività, paura, senso di confusione. C’era chi si lamentava dicendo che così proprio non si poteva, gente che millantava la depressione dopo tre giorni di reclusione (manco fosse la galera, dico io!), chi si lamentava con il Governo e chi con il “runner untore”, chi denunciava il vicino per aver portato al spazzatura a 201 metri da casa e chi, malgrado le numerose critiche e attacchi, si faceva del paladino del “Lo fanno per il nostro bene, stiamo a casa”. La maggior parte, tuttavia, mi sembravano impauriti e confusi, e il social era l’unico modo per esternare tutta la frustrazione che stavano accumulando. Anche perché, in una situazione come quella dell’emergenza Covid, la frustrazione non credo sia tanto causata dal fatto di dover rispettare il regime di limitazione della libertà di spostamento, quanto piuttosto dal clima di incertezza che ci circonda. Mi spiego meglio, altrimenti poi rischio di essere additata come il “povero” Conte (mai vorrei essere nei panni di ‘sto disgraziato!) nella presentazione dell’ultimo decreto. Sappiamo quando è iniziato, non sappiamo quando finirà, non sappiamo con certezza le modalità di trasmissione, tanto meno quelle di guarigione, la sensazione è quella che si proceda per tentativi ed errori, ci sentiamo delle cavie. Per altro la situazione non è uguale in tutta Italia (figuriamoci in tutto il mondo!), pertanto in Lombardia abbiamo una percezione del rischio, in Sicilia ne abbiamo un’altra. Tutti queste variabili, e sono solo alcune, contribuiscono a creare una situazione di incertezza a cui il nostro cervello non riesce (o mal riesce) e far fronte. Neppure i media aiutano, visto che arrivano moltissime informazioni, spesso contraddittorie.

A metà della fase1 (più o meno dopo tre settimane), molti si sono accorti che:

  • La casa è un ambiente accogliente, che può essere vissuto e personalizzato
  • Il lavoro da casa non è così male, si lavora in realtà molto di più che dall’ufficio, perché non si perde tempo durante gli spostamenti (questa opzione naturalmente vale per i fortunati che possono lavorare in smart working, mi scuso quindi se tutti gli altri non si sentono per niente considerati)
  • Abbiamo tempo per: ascoltare una canzone, leggere, allenarci (sì, perché chi voleva allenarsi si è allenato comunque e, in alcuni casi, anche molto di più), ascoltare i bambini/figli, sentire gli amici, piantare fiori, cucinare nuove ricette, farci venire idee, progettare
  • Ci si gode il momento, ogni momento. La pausa del caffè, con il rumore della moka e il profumo che pervade la cucina, così come la videochiamata con l’amica o la mamma, sono momenti preziosi
  • Ci sono persone importanti, delle quali non possiamo fare a meno, che ci mancano oggi, che siamo lontani, e che ci mancheranno (ci mancheranno tantissimo) un giorno…
  • Siamo pieni di voglia di fare, di progetti, di creatività e fantasia. Il nostro cervello non riposa mai e che c’è molto di più oltre quelle pochi (anzi pochissime) cose che facevamo prima! E che se ora avessimo tutta la liberta di prendere, andare, fare… Dio solo sa cosa non faremmo!
  • Il cielo è azzurrissimo, in lontananza da certe angolazioni si vede anche il Rosa. Gli animali e la natura sono felici e vivono benissimo (anche) senza di noi. Anche il panettiere e il giornalaio, con nostra grande sorpresa, vivono benissimo (anche senza) di noi! Persino il nostro capo che sta al lavoro… e che quindi non siamo poi così indispensabili a tutto il mondo, come invece pensavamo di essere.
  • Abbiamo le idee chiare su cosa vogliamo, su quali sono le nostre priorità, su cosa deve cambiare/migliorare e cosa invece può rimanere così. Le cose che per noi sono più importanti sono quelle che maggiormente ci mancano e quelle che nelle quali abbiamo scoperto di ritrovarci

Alla fine della fase1, sempre dai social, traspaiono ancora infelicità, rabbia, insoddisfazione (è caratteristica dell’uomo quella di non essere mai soddisfatto) ma trapela anche una maggior coscienza di sè stessi, e questo in relazione a tutte le scoperte fatte a meta della Fase1. Ci sono persone, tante persone, che dicono di non voler tornare alla vita di prima, a quella routine fatta di stress della quale eravamo schiavi. Sì, perché il non potersi fermare è una schiavitù, più di molte altre. Ci piacciono quei ritmi, quel gustarci le cose, quelle piccole abitudini, quelle piccole cose alle quali non eravamo abituati. Abbiamo lavorato dall’inizio alla fine dell’emergenza (parlo per gli smart-worker, nuovamente) e non di meno. Abbiamo capito che si può vivere anche in altro modo, che ci sono anche altre cose.

In questi giorni ho letto da qualche parte che uno psicologo sostiene che ci vogliano 21 giorni per abituarsi a una nuova routine. Beh, li abbiamo avuti… e ora come stiamo?

Questo non è per dire che non torneremo più alla normalità, è fuori discussione. La vita, l’economia, tutto… devono ripartire. Su Facebook girava il meme “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Riflettiamoci, pensiamoci. Presto tutto ripartirà, per forza di cose, ma molti noi hanno sviluppato, grazie a questa emergenza che ce ne ha dato la possibilità, una coscienza diversa. Molti di noi ora sanno dare il giusto ordine alle priorità e possono scegliere se far tornare tutto esattamente come prima oppure prendere spunto da quanto positivo c’è stato in questa esperienza e farne tesoro. Scegliere, la possibilità di scegliere per la propria vita, è un’altra caratteristica propria dell’uomo.

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