Un’impresa, quella di Emily, da rileggere con una chiave diversa. Parliamo di valori qui, non più di alpinismo, di gradi, di tecnica. Parliamo di fatica, sacrificio, motivazione… Io vorrei vivere così, ogni giorno, come se stessi scalando il mio Capitan. Qui sotto il video di TNF, facente parte della campagna globale “Question madness”, ideata dal brand per celebrare i suoi primi 50 anni. 

A 30 anni l’americana Emily Harrington è una delle arrampicatrici di maggior successo a livello mondiale. Lei è di Boulder, Colorado, considerata un po’ la Mecca dell’outdoor. Quella che avete visto è la storia di un successo: la ripetizione di “Golden Gate” su El Capitan, in Yosemite. 41 tiri di corda, per un totale di circa 1000 metri di parete. Difficili, conpassaggi talmente difficili da avere un nome (The monster oppure The move). Liberata nel 2001 dai fratelli Huber, la vià è stata ripetuta in libera dalla Harrington in 6 giorni.

Nella Primavera 2015, dopo tre anni di preparazione e sacrifici, Emily si sente pronta per tentare la salita. E con chi? Con il fidanzato, Adrian, peraltro arrampicatore e alpinista molto più esperto di lei, che però accetta di farle da secondo di cordata, cioè permettere a lei di salire l’intera via da prima e di realizzare il suo sogno.

Fare da secondo, come avete visto, significa sostenere il compagno, incoraggiarlo e pazientare nei momenti duri.

La salita è stata progettata dai due in ogni minimo particolare: come progredire, portarsi il materiale, che comprende anche i vivere e la portaledge su cui dormire. Interessante tuttavia anche l’affermazione di Emily prima di partire per questa avventura: “penso che l’alto livello di incertezza faccia parte della natura di El Cap e bisogna solo provare”. Non si può essere mai sicuri al 100% della buona riuscita dell’impresa, ci vuole anche quel pizzico di coraggio e intraprendenza…

Emily incontra passaggi difficili, che le prosciugano ogni energia fisica e mentale, ogni volta pare demoralizzarsi ma ogni volta, alla fine, trova la giusta motivazione per continuare a lottare. L’elemento sfida è decisamente importante, soprattutto per lei che (si dice alla fine del film) è attratta da sfide che sembrano andare oltre le sue possibilità. A proposito di grandi sfide: nel 2005 aveva vinto la medaglia d’argento nel Campionato Mondiale di Lead a Monaco, mentre nel 2012 aveva raggiunto la cima dell’Everest.

Si pone un obiettivo, che pare irraggiungibile, e si allena fino a che questo non diventa alla sua portata. A questo punto, cercando di pianificare tutto il pianificabile (anche le situazioni peggiori), tenta.

Quella che abbiamo visto nel film non è solo una storia di scalata, ma la metafora della vita: grandi sogni, obiettivi, impegno e sacrificio, successi e, inevitabilmente, anche momenti di scoraggiamento. Ma fateci caso: l’insuccesso (o il momento di scoraggiamento) sono, per Emily, una risorsa. Nel film Adrian dice “Emily è una che deve toccare il fondo per trovare tutta la forza e il coraggio di cui è capace”. Su The move è davvero disperata! Urla, piange e si arrabbia con la roccia, dice di non farcela. Si ferma un giorno. Si rilassa, forse stacca la testa, forse pensa agli sforzi fatti per arrivare a tanto… Sta di fatto che il giorno successivo riparte e risolve il movimento!

Vi dirò di più. In una intervista dello scorso anno Emily parla in questo modo: “Il 2015 per me è l’anno “senza cima” perché non ho raggiunto nessuna vetta. Ho mancato almeno tre cime e diversi obiettivi e ogni volta è stato perché sentivo che il rischio era troppo elevato. Non è importante salire in cima. L’importante è venirne fuori ed essere ancora qui. Il successo tradizionalmente è il senso di aver portato a termine qualcosa ma penso che gli insegnamenti più importanti nella vita ci arrivino dai fallimenti”. Si riferisce all’esperienza della spedizione fallita in Birmania e al coraggio di saper rinuciare. Anche per rinunciare, a volte, ci vuole davvero molto coraggio.

Alla fine, dopo sei giorni trascorsi in parete, i due sbucano in cima. Ed è in questo momento in cui Emily riconosce l’importanza di Adrian. Tante volte collaborando, in team, si possono fare cose che da soli non si potrebbero mai realizzare. L’arrampicata ne è un chiaro esempio. Si è in due, legati l’uno all’altra, entrambi responsabili sia di se stessi che dell’altro. L’errore di uno può costare la vita ad entrambi. Ma il buon funzionamento della cordata permette di arrivare in cima.

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