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Quando lo sguardo e la gestualità parlano da soli, e comunicano molto più delle parole. La serata, ma soprattutto i retroscena, della prima volta dell’alpinista californiano in Italia.

È stata la prima serata italiana per Jim. Di più, la prima in Europa. E che a uno come lui, balzato all’onore delle cronache per aver scalato il Fitz Roy in free solo, potessero sudare le mani mentre parla (per l’emozione s’intende)… Beh, questo proprio non ce lo potevamo aspettare. Pensavamo di incontrare il classico ragazzotto americano fissato con l’arrampicata, che passa le sue giornate a trazionare attaccato a un trave e mangia scatolette di fagioli e cibi improbabili allo storico Camp4 della Yosemite Valley. Oppure un folle, uno sconsiderato che, costi quel che costi, vuole emulare leggende (viventi e non) del calibro di Dean Potter, dei fratelli Huber o di Alex Honnold.

È salito in sandali e t-shirt sul palco dello Sport Specialist di Bevera di Sirtori, che negli anni ha ospitato fior fiore di alpinisti, scalatori e avventurieri, alzando di volta in volta il tiro. Andando a ricercare, come nel caso del californiano Jim Reynolds, anche le giovani stelle. Proprio così, perché fino alla vicenda del Fitz Roy erano in pochi, in Europa, ad aver sentito parlare di lui. Fino allo scorso 21 marzo, quando Reynolds ha lasciato tutti (da Rolando Garibotti a Messner) a bocca aperta per aver salito e anche sceso, in meno di 16 ore e munito solo si scarpe da arrampicata e sacchetto della magnesite, la via Afanassieff. Una parete molto tecnica di 1.524 metri sul celebre massiccio del Chaltén, in Patagonia. Conosciuto per aver detenuto insieme al compagno di cordata Brad Gobright e per circa un anno il record di velocità sul Naso del Capitan (nel 2018 soffiatogli dalla coppia Honnold-Caldwell), il Fitz Roy ha fatto volare il suo nome oltre oceano.

“Portarlo in Italia non è stato facile – ha spiegato il presentatore della serata e traduttore Luca Calvi. Dopo aver tentato di contattarlo, con scarsi risultati, ho dovuto far intervenire Alex (Honnold, ndr) per convincerlo che non lo stessimo prendendo in giro, che lo volevamo davvero qua in Italia. Quindi ha preso cinque giorni di permesso dal lavoro ed eccolo tra noi.”

Nel corso della serata Jim, con voce impostata e talvolta la lingua leggermente impastata, ha presentato la sua attività alpinistica dagli esordi fino alle ultimissime salite in Patagonia. Sorprendendo il pubblico con quel suo “dare tutto per scontato”, come se si trattasse di cose di poco conto, e scatenando un sentito applauso per aver portato a termine, senza saperlo, il primo salvataggio in parete (con calata del ferito fino alla base della stessa) nella storia dei soccorsi in Patagonia.

Quelli che però vogliamo raccontarvi, a nostro parere molto più interessanti, sono i retroscena, o meglio il pre-serata, in cui Jim si è presentato a un gruppo ristrettissimo di giornalisti della stampa specializzata.

Occhiali senza montatura, capello riccio, occhi vispi e un sorriso spiazzante. Siamo seduti davanti a un tavolo nella sede di Sport Specialist di via Figliodoni, a Barzanò (Lc). Jim stringe la mano ai presenti, siamo quattro gatti. Una stretta forte, decisa, non necessariamente da alpinista, ma la stretta di chi sa bene quel che vuole dalla vita in quel preciso istante. Cosa che, per un 26enne, non è scontato. Inizia a raccontare del suo lavoro a capo di un rescue team nella Yosemite Valley e del suo rapporto con la natura, o meglio con la montagna. Mentre parla, le dita giocano nervose con un bicchierino di plastica dal quale, poco prima, ha sorseggiato un the caldo. Parla, abbassa lo sguardo e lo rialza, che pare quasi in cerca di approvazione. E poi ti trafigge con gli occhi e con quel sorriso spiazzante, con quella voglia di vivere che straborda da ogni lato. Anche i piedi si muovono nervosi, di tanto in tanto, sotto il tavolo. Jim non sopporta le scarpette strette. Scala con scarpette del suo numero o addirittura di un numero più grande, lo denota chiaramente la forma del piede e la quasi assenza dei calli tipici di chi, invece, porta scarpette molto piccole e precise.

Viene da un piccolo paesino della California, vicino ai monti e lontano dalla costa. Ha iniziato a scalare da ragazzino, con un amico, perché non sapevano cosa fare. Si è allontanato dalle montagne per studiare e per laurearsi. Una laurea che non ha mai sfruttato dal momento che, mentre discuteva la tesi, probabilmente aveva già lo zaino pronto per partire e per trasferirsi nella Yosemite Valley, dove lavora durante l’anno. Non conosce tantissimi dei grandi alpinisti e quindi non può ispirarsi a loro. Non ha sponsor. Ama la montagna e qualsiasi disciplina possa avvicinarlo a essa, dal trekking al nuoto nei laghi. Un amore a 360 gradi che lo porta a non limitare la sua attività all’arrampicata. Quando parte non si pone degli obiettivi. Anche per la Patagonia ha fatto così: è partito con l’intenzione di passare più tempo possibile (tre mesi di stop lavorativo) in Patagonia, e di scalare quello che avrebbe ritenuto giusto scalare, a seconda del feeling e delle sensazioni che la montagna gli avrebbe suggerito. Ci ha messo un mese per conoscere il posto, un altro mese per fare le prime salite e il Fitz è arrivato proprio a ridosso del volo di ritorno. Perché in quel momento di sentiva bene e pronto per farlo. La scelta del free solo? Perché semplicemente non c’era nessuno che volesse salire la montagna in quei giorni…

Racconta anche di salvataggi non andati a buon fine e di tutti i dubbi che lo assalgono ogni qualvolta recupera il corpo di uno scalatore.

“Sono i momenti in cui realizzi veramente quanto, potenzialmente, sia pericoloso quello che faccio. A volte mi fermo e ci penso. Il mio lavoro nel soccorso alpino mi ha fatto diventare molto più introspettivo. Mi chiedo se ne valga davvero la pena. Al momento la mia risposta è “sì”. Quando ho fatto lo speed record del Nose al Capitan, era la cosa che più di ogni altra desideravo in quel momento e quindi era giusto farlo”.

Racconta del rapporto con la montagna.

“Non esiste solo la scalata. Esiste la montagna, punto. E quindi mi può andare di scalare, oppure di fare hiking, o semplicemente si spingermi ad esplorare nuovi territori. Le diverse discipline sono solo una modalità che mi permette di vivere la bellezza della montagna in tutti i suoi aspetti e, se possibile, di condividerla con chi mi circonda”.

Racconta del senso delle sue scalate senza la corda.

“Se dovessi dire cosa preferisco, la scalata in free solo è molto più divertente, perché non ti devi fermare a recuperare il compagno o a fargli sicura, scali e basta. È pura gioia. Ovviamente non è sempre possibile: devi calcolare il margine di errore, che nel mio caso deve essere abbastanza ampio. E deve essere il momento giusto per farlo. È un insieme di sensazioni, e anche di certezze, che vengono da dentro e ti fanno capire che quello è il momento giusto”.

Jim ripartirà per la California lunedì e si prenderà quindi il fine settimana per gironzolare nelle Alpi. Noi gli abbiamo consigliato di fare una scappata in Val di Mello e chissà che non ritorni, prima o poi, con l’intenzione di passarci tre mesi.

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