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Gran Trail delle Orobie. 70 chilometri, 4200 metri di dislivello positivo. Solo numeri. Di quelli che quando li scrivi non fanno poi così impressione. Quanti iscritti all’edizione 2017? Non ricordo. Tanti. Tantissimi. Ma per me, quel giorno, l’iscritto era uno solo. Uno solo quello che contava. Uno solo quello che avrebbe vinto. Perché a correre quel giorno c’era mio padre. Sandro, il mio papà si chiama così. E non Alessandro ma solamente Sandro. Il nome è semplice, corto e diretto, come lui. Che non si lamenta quando viene attanagliato dai crampi. Che non ha mai rinunciato a tagliare un traguardo. Sole, pioggia, grandine. Papà è così, in gara come nella vita, e ci ha insegnato, a me come a mio fratello, ad andare oltre, senza stare troppo a guardare ai dettagli. Perché le gambe possono far male, ma non è mai morto nessuno di mal di gambe. È vero. Vivo in un mondo in cui, forse, il dettaglio è diventato la priorità e, così facendo, rischio di perdere di vista tutto quello che conta veramente. E cosa conta?

Contano i grazie, quelli che spesso si fatica a dire, e gli abbracci, quelli che non si riescono a dare. Contano le parole ma non quelle che diciamo, perché quelle importanti per davvero sono quelle che rimangono strozzate in gola. Quelle che non escono. A me poi, credo non escano più che ad altri. Non sono capace di gesti teneri, di dolcezza, mi viene così difficile. Ma non perché non ami, è solo che mi vergogno dell’amore. Sono fatta strana. E allora, in quelle ore, ho provato a dimostrare questo mio amore con i fatti, sperando che dall’altra parte potesse arrivare la comprensione di quanto stessi facendo. Mi ricordo il suo volto stanco e le mie mani sporche, mentre gli massaggiavo le gambe per alleviare le contratture muscolari causate dai crampi. Mi ricordo pochi passi fatti insieme, uno di fianco all’altra, dalla base vita fino all’attacco del sentiero. Mi ricordo di aver pensato, per la prima volta da quando sono nata, che la situazione si era palesemente invertita: io accompagnavo mio padre ad affrontare una grande sfida. Per tutta la vita era stato lui ad affiancare me. A volte coi suoi modi, a volte facendo bene e altre volte sbagliando, a volte non capendoci, ma lo aveva fatto. E ora ero io a fare questa cosa importante per lui. Per lui e forse ancor più importante per me.

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