“Vincere è una cosa. Riuscire anche a far emozionare la gente è qualcosa di più”. (cit. sito personale dell’atleta).

Ma forse Alex di emozioni ne aveva già vissute tante, forse troppe. Talmente tante che magari più nulla era in grado di emozionarlo. Oppure sapeva bene che se fosse stato sconfitto l’emozione si sarebbe trasformata in delusione, e nulla più. L’unica via di scampo era la riconferma.
Era ed è forte lui. Un campione. Un perfetto.
Ma come riconfermare tutta questa perfezione? Come non deludere chi lo circondava e se stesso in primis?
Come impedire che gli sforzi di tanti anni cadessero nell’ombra?
A quel punto non solo non avrebbe vinto, ma non avrebbe più emozionato nessuno.
Cotanta perfezione lo ha distrutto.
Un grande fisico che doveva fare i conti con quello che che di più debole l’essere umano ha e nel quale crolla, crogiuolandosi: la psiche.
Qualcosa, la marcia, che ha amato a tal punto da non poterne più : “Certo non mi era piacevole fare per 35 ore a settimana le stesse cose”. Ma ormai era troppo tardi per mollare, anche se, nel suo inconscio, lo avesse desiderato.
Un grande peccato vero. Capisco le lacrime, la delusione personale, il rifiuto. Anche se tra tutto questo mix di emozioni e parole traspare forse un senso di liberazione: “Sono contento che sia tutto finito, almeno ora potrò forse fare una vita normale”.

Ci vuole coraggio a voltare una pagina che pesa più di un macigno e a credere che la vita non sia finita. Ci vuole spirito a chiedere scusa al mondo quando, in fondo, si dovrebbe chiedere scusa solo a se stessi.
Ci vuole un Alex Schwazer per vedere tutta l’umanità che si nasconde dietro ad un campione.
Ta’

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