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Questo racconto non sarà, volutamente, serio. Non potrebbe mai esserlo, perchè fa ridere. Come l’ho incontrato, le prime impressioni, i miei stati d’animo… tutto fa ridere. Per questo sarà un racconto volutamente semiserio.
Il tentativo, però, è quello di descrivere un uomo che, sebbene cerchi di apparire semiserio, è invece serissimo, per lo meno nei concetti che trasmette durante le sue serate. Non credo sia finzione, non credo reciti. Credo piuttosto che lui sia proprio così: carismatico, brillante sul palco, capace di spiazzarti sputandoti in faccia verità talmente ovvie che il nostro “dare per scontato” è diventato incapace di vedere. E lui invece le mette in luce queste verità. Erano lì, sotto il nostro naso, ma non le vedevamo. E fa bene all’animo, perchè strappando un sorriso, aiuta a riflettere.

Che non sappiamo osservare. Che i nostri bambini giocano con le dita e hanno disimparato a giocare con le mani. Che amare significa non chiedere. Che la fedeltà a volte (o spesso?) può far male. Che la verità va perseguita, ma che ci sono segreti che è bene che rimangano tali. Che chi viòla un segreto poi spezza la magia e ne rimane inevitabilmente deluso. Che nella vita ci sarà sempre chi tenterà di tagliarci le ali. Che Dio sta ovunque, se sappiamo vederlo. Che nei boschi dovrebbero esserci dei caratelli che invitino a non fare troppo baccano. Che la natura una volta parlava e l’uomo la ascoltava. Che ora, in alcuni luoghi, ha smesso di parlare e, anche laddove parla, i più non la sentono. Che si mangia bene ovunque, soprattutto se sei a digiuno da una settimana. Che il momento del riscatto non è più tanto lontano e la montagna tornerà a ridere. Che….

“E tu chi sei? Ma io non so, non so neanche perchè ti hanno esposta a questo pericolo. Poverina…!”. E mi guarda con i suoi occhi scuri Mauro, da sotto i capelli pepe che gli lambiscono la fronte. E non so se avere paura o se scoppiare a ridere. Bell’inizio! Ho sfoderato uno dei miei migliori sorrisi, ma non è servito a nulla. Questo non me lo conquisto con un sorriso. Se poi facessi la smorfiosa, sono certa, gli starei ancora più sulle palle. Chi sono?… Eh sono quella che deve salire sul palco insieme a te, la “moderatrice”, così sta scritto sul biglietto. Sono quella che vorrebbe fare una briciola di scaletta e capire di cosa parlare sul palco del Donizetti. Invece tu mi dici che si va a braccio e che le scalette non esistono. Povera Tatiana, prigioniera di quello stereotipo secondo il quale se ti prepari bene, se fai i compiti e ripeti la lezione, allora tutto andrà bene. Sono qua da mezz’ora, il cuore mi batte a mille e non ho la minima idea di cosa accadrà tra due ore su quel palco. Una fottuta paura mi blocca il fiato e cerco qualcosa da dire, e magari anche qualcosa di intelligente, ma davvero non mi viene nulla. Allora penso che è meglio restare in silenzio ed ascoltare. Penserà che io sia stupida? Beh, che lo pensi pure… ho la lingua intrecciata su se stessa. Vorrei che mi uscisse roba tipo una citazione colta, invece sono muta.

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Mauro parla di tutto, seduto al tavolino del bar, tranne che della serata che lo (o meglio ci) aspetta. Parla della sua baita, del viaggio verso Bergamo, della sua vita… Parla anche delle donne. Di donne fatte strane, rapite dalla gelosia, prigioniere dei sentimenti. Io ascolto e mi chiedo se sia lui che le donne non le capisce, o se siano le donne a non capire lui. Ma lui è coerente, quello che dice (giusto o sbagliato che sia) non fa una piega e concludo che probabilmente sono le donne a non capire lui.

Lui non lo incanti, non lo incastri, non più. Si è fatto la scorza pare, anche nei confronti delle donne. Non che non gli piacciano: gli piacciono, eccome, ma preferisce non ubriacarsene. E’ l’età oppure è sempre stato di questo avviso? Chissà…

“Che hai da guardarmi?”… Mi incalza con un’altra domanda così, a bruciapelo, ma ora sotto la barba ha un leggero ghigno. Forse non gli sto tanto sulle palle. Forse.

“Mauro, io però ho paura ora”. Credo che gli occhi mi si facciano grandi grandi nel dirlo. Lui mi guarda, accenna un mezzo sorrisetto, quello di chi ha già capito tutto. Ma cavolo come fa a non capirlo? E’ comprensibile la mia agitazione: non so di cosa vuole parlare sul palco, non so nulla e non me lo dice.
Sono le nove meno cinque, il teatro è sold out, lo spettacolo inizia tra 5 minuti e noi siamo seduti al bar come se niente fosse! Mille pensieri mi passano per la testa ma lui li interrompe di colpo.
“A che ti serve agitarti? Andiamo, saliamo sul palco e ci proviamo. E vediamo come va. Come tutto nella vita, si prova e poi si vede come va!”. Di colpo ha dato un calcio a tutte le mie paranoie, come direbbe lui le ha prese a calci in culo, e loro se ne sono andate, sdolorando.

“Va bene, io ci sono, andiamo e proviamo, però ti toccherà fare da capocordata…”. Sorride.

Sul palco, spettatrice del suo show improvvisato (come nel suo stile) eppur logicissimo. Tutto torna, tutto scorre, Panta rei.
Io, calamitata da lui, come il pubblico, ne sono uscita con una gran voglia di imparare , ascoltare, sperimentare. Perchè c’è così tanto da imparare.

Grazie Mauro e alla prossima!

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