Maxi Race Madeira, un trail nell’oceano

Solitamente è nel bel mezzo della crisi, quando le gambe si fanno troppo pesanti e la vista comincia ad annebbiarsi, che ti chiedi se ne valga davvero la pena. Succede sempre, in ogni gara che superi i 30 chilometri e i 2.000 metri di dislivello, e ogni volta è la stessa storia. Un clichè che sembra ripetersi in maniera puntuale: l’esaltazione della partenza, la felicità dei primi chilometri, l’illusione di essere in gran forma e infine la crisi. Che arriva inaspettata ma che arriva sempre e ti getta nel buco nero. E poi l’arrabbiatura, nel vedere tutti quelli che ti eri lasciata alle spalle riprenderti e sorpassarti senza alcuna (apparente) fatica. Alla CCC era accaduto negli ultimi 20 chilometri, alla VUT durante la notte (a un paio di ore dal via!) nel bel mezzo del temporale e con i fulmini che mi scoppiavano sulla testa, a Madeira è successo intorno al chilometro 35. Penso che partecipare a una ultra (qualunque sia la lunghezza) consapevoli di non essere dei campioni, richieda una grande dose di coraggio. E a Madeira, ultima tappa del circuito Maxi Race 2019, i coraggiosi sono stati circa 300.

Che non sarebbe stato facile lo si era capito fin dall’inizio. A partire dal volo aereo cancellato a causa del forte vento che impediva l’atterraggio, dalla giornata d’attesa presso l’aeroporto di Lisbona e dall’arrivo a destinazione con oltre 24 ore di ritardo. È iniziata in questa maniera a dir poco “scomoda” la mia esperienza a Madeira, terra capace di affascinare persino con il brutto tempo. Che poi a Madeira il brutto non è mai così brutto e la pioggerella tropicale, spesso amalgamata ad una nebbia fitta e sottile, si alterna al sole. Immancabile, su quest’isola non troppo distante dalle Canarie, il vento. Atterri nel piccolo aeroporto Cristiano Ronaldo la cui pista in parte a sbalzo sul mare, 180 pilastri di cemento armato alti una settantina di metri e posati direttamente sul fondale oceanico, non permette errori. I pochissimi taxi posteggiati fuori dall’aeroporto rendono chiaro il perché l’organizzazione della gara ci abbia caldamente consigliato il noleggio di un’auto. Non appena esci da Funchal, la capitale, le abitazioni si diradano e la vegetazione, verdissima e rigogliosa, prende il sopravvento. In una cinquantina di minuti, su una superstrada nuovissima che però non è indicizzata da Google maps, arriviamo al Club Naval di Seixal, dove il presidente del club e l’organizzatore della gara Patricio Fernandes, ci danno il benvenuto. Ritiriamo il pettorale e, prima di raggiungere (finalmente, dopo più di 24 ore dalla nostra partenza da Milano Malpensa!) l’hotel, facciamo due passi su una spiaggia di sabbia nera vulcanica. Il contrasto tra il nero della sabbia, il piombo dell’oceano oggi agitato e il verde scintillante della vegetazione che lambisce le acque, ripaga a colpo d’occhio di tutta la fatica fatta per arrivare fino a qua. Anche l’hotel (Aqua Natura – Porto Muniz), con le sue bellissime vasche di acqua marina, non delude ed è una finestra (con tanto di albero di Natale e presepe) a picco sul mare. Ed è soddisfacente anche il ristorante, ricchissimo di varietà di pesce, alcune delle quali, soprattutto molluschi, sconosciute in Italia. Non riusciamo a resistere e, nonostante la sera prima della gara sia preferibile una dieta a base di carboidrati, ordiniamo di tutto, compresa una buonissima mousse al passion fruit.

 

Non faccio quasi in tempo ad appoggiare il viso sul guanciale che la sveglia mi fa sobbalzare, impietosa, alle 4,30 del mattino. Lo zaino è già pronto dalla sera prima, così come l’abbigliamento, ben disposto sulla poltrona davanti al letto. Faccio scorrere verso la mia destra la grande vetrata che dà sul mare: il rumore delle onde dell’oceano, l’odore forte della salsedine e un clima mite. Penso che è la prima volta che corro un trail sull’oceano e che questa sia una occasione preziosa per scoprire luoghi lontani dai centri abitati e dalle strade che si snodano lungo la costa. Guardando il cellulare trovo un messaggio dell’amica Marta Poretti che mi informa che la gara regina, la 115k a cui era iscritta, è stata cancellata per le cattive condizioni del tracciato e che tutti gli atleti sono stati dirottati sulla 60k. Nella stessa gara anche la fortissima Denise Zimmermann e Antoine Guillon, vincitore della prima edizione 2018.

Alle 6 in punto la gara ha inizio. Tutti al buio, con la luce delle frontali come faro nella notte, iniziamo una scalata che dalla quota zero del mare ci porterà nel giro di 4 chilometri a quota 1400 – 1500 metri. Un vertical a tutti gli effetti, che non lascia un attimo di tregua e che termina, una volta completato tutto il dislivello, su un vastissimo altipiano tra le montagne.  Nel giro di un’altra ora di marcia arriviamo al ristoro del decimo chilometro.  I ristori, 4 in tutto (km 10, 22, 36 e 43), non sono molti ed è quindi bene portarsi una buona scorta di barrette e di liquidi nello zaino. I volontari sono allegri e sorridenti, oltre che estremamente gentili, come tutte le persone con cui ho avuto modo di parlare nelle due giornate trascorse sull’isola. Si affronta la parte iniziale del tracciato, una salita ripida e continua, interamente al buio: la luce arriva solamente a un paio di ore dal via e sembra squarciare il cielo. Lungo il percorso di gara la vegetazione si trasforma in continuazione ed è forse questo uno degli aspetti più belli, caratteristici e interessanti di questo trail. Qua la foresta pluviale si mischia con la macchia mediterranea dando vita a un mosaico di colori e forme, e la roccia delle alte scogliere sembra in continua lotta con la forza dirompente dell’oceano.

Il Maxirace di Madeira è una gara che offre la possibilità di vivere tutti questi paesaggi: dall’altipiano ricco di arbusti alla foresta di sempreverdi, dalla  vegetazione pluviale fino al mare. E tutto nel giro di pochissime decine di chilometri.

Anche il meteo è quello tropicale e, a differenza della scorsa edizione, ci regala pioggia, nebbia, sole e vento. Tutti insieme e in ordine alternato nella stessa gara. Ma anche paesaggi immensi, come l’altipiano che si estende nella prima parte di gara che, sebbene un po’ noioso da correre, riporta alla mente la vastità del deserto. Un deserto disseminato, qua e la, di gigantesche turbine eoliche, generosamente mosse dalla forza del vento. Un vento potente, che ti viene addosso e che rallenta la corsa, a tratti rendendola a tratti impossibile. E allora cominci a camminare, con il naso all’insù, perché una turbina, così da vicino, non l’hai mai vista.

Intorno al 30simo chilometro una violentissima discesa mi mette in crisi: da un lato comincio ad accusare qualche dolore a un ginocchio e dall’altro mi accorgo di non essere più tanto lucida. Mi fermo più volte, imbambolata a scrutare la discesa che si trova sotto di me e che sembra non terminare mai. Ci impiego quasi un’ora a precorrere la distanza di un chilometro (in discesa!), sempre con quel leggero senso di stordimento, e alla fine mi trovo davanti ad un provvidenziale ristoro. O la va o la spacca e questa volta mi butto su un piatto di pasta con sugo di carne. Anch’esso provvidenziale perché riparto con una nuova energia.

L’alimentazione è uno di quegli aspetti troppo spesso sottovalutati nelle gare trail. Soprattutto sulle lunghe distanze, alimentazione e idratazione possono essere i fattori discriminanti per portare a termine la gara.

Riparto (mi aspetta ancora un vertical, più o meno dello stesso tenore di quello iniziale) e penso a Marta, davanti a me di chissà quanti chilometri oppure già arrivata. Mi ha promesso che, comunque sarebbe andata, questa sera avremmo festeggiato… e allora mi devo dare una mossa anche io, non sia mai che per colpa mia non si possa festeggiare!

Se decidete di fare questa gara dovete anche attendervi un gran numero di … gradini. Di tutte le forme, altezze e dimensioni. Gradini in salita e gradini in discesa, quest’anno molto scivolosi e infangati. E lentamente, tra tutte queste meraviglie che non manco di fotografare, scorgo in lontananza Seixal, partenza e arrivo della gara. Obiettivo della giornata: non accendere la frontale. Arriveremo al buio… ma con la frontale spenta ( perché ormai siamo in prossimità del centro abitato e illuminato dalla luce dei lampioni e dai decori natalizi).

L’arrivo al traguardo, dopo 12 ore di fatica, è il momento più bello e appagante. E poco importa il tempo, sei arrivata e basta. Poco importano le ginocchia e le caviglie doloranti. Poco importa non essere in testa alla classifica, sei arrivata e basta. È il momento di gioire e di festeggiare, come ci siamo dette 12 ore fa con Marta, che invece la gara l’ha vinta per davvero. Ha tenuto alto il nome dell’Italia che corre, lei. Lo ha fatto qua come lo ha fatto anche in Alaska all’Idita Sport. E questa sera si festeggia, insieme, allo stesso tavolo. A ridere degli stessi “maledetti” e scivolosi gradini. Con la testa un po’ qua e un po’ (ancora) là, tra le foreste di conifero, la giungla e le pale eoliche, sapendo di aver messo la nostra firma (lei sicuramente un po’ di più!) anche su questo trail nell’oceano.

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