Monte Cabianca (2.601 metri) da Carona passando per il Canale Nord        Dislivello: 1600 D+

Compagnia: da paura!        Itinerario: divertente           Ravaneggio: parecchio durante il ritorno, ma ne vale la pena


 

“Ciao, sei Tatiana?”

“Mmm… sìììì…”

“Mi riconosci?”

“Mmm… Così bardato no…(è una futile scusa, in realtà non sono fisionomista per niente e a meno che non ti veda 25 volte non ti riconosco)”

“Sono Marzio… Deho”

(Ucci Acci Pikkia, eccolaaaaa, solita figura da stordita che non riconosce la gente… Salvati salvati, cerca di dire robe intelligenti)

“Maaarzioooo, certo, ho scritto un articolo su di te. Sul record della salita del Pico de Orizaba (5.636 metri) in velocità in Mexico, giusto? E poi ti avevo anche intervistato per Orobie, un pezzo sulle tue vittorie sulle due ruote”.

“Esatto, ma non ci eravamo mai incontrati di persona”.

(Ah, ecco, posso quindi essere meno imbarazzata)

“Ecco, per quello non ti avevo riconosciuto. Quindi te fai parte di quel gruppetto di scialpinisti che mi ha superata a tuono? Andavate tanto veloci che neppure sono riuscita a vedervi… non in faccia intendo…ahahahah!”

“Sì, stiamo facendo un giorno di scarico. Con me c’è anche Johnny, il mio socio… quello del record”.

(Scarico? Ma davvero voi così state facendo scarico? Ok, voi venite da quel Pianeta da cui io non provengo).

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Siamo sulla strada che porta al rifugio Calvi, io e Marzio, e, a mio passo, stiamo ora raggiungendo il gruppetto che si è fermato alla diga, poco prima del rifugio. Incredibile, parto per una tranquilla gita in solitaria al Calvi e sulla strada mi ritrovo Marzio Deho. Ai tempi, quando feci l’articolo per l’Eco di Bergamo, avevo pensato che questo fosse uno da conoscere. Ma poi, la vita va come va e io non sono quella che “fa capitare” le cose. Semplicemente perché sono fatalista e penso che le cose, se devono capitare, capitano e basta. E questa volta, è capitata. Fermi alla diga gli altri si stanno rifocillando e salutano. “Qua pure il più lento va il doppio della sottoscritta”, penso.

“Tatiana, in che direzione vai?”

(non dirgli che sei una scarsa, non dirgli che sei una scarsa…)

“Mah, pensavo di arrivare al Calvi e poi chissà…”

“Noi andiamo al Cabianca, vieni con noi?”

“Ma dovreste aspettarmi, sono lenta io per voi”

“Tranquilla, tanto siamo in scarico e si sta facendo una gita”

(Pensa, ragiona, pensa. Te lo vuoi fare il Cabianca vero? O vuoi fare la mozzarella e spapparazzarti al sole al Calvi? Cabianca Cabianca…)

“Ma sì dai, se non sono troppo di peso”

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E niente, partiamo. Ho il sorriso stampato. Devo solo cercare di stargli dietro. La vallata che porta verso il Cabianca è incantevole. Sembra il paradiso. Le dune bianche luccicano sotto i raggi di questo sole tiepido, traditore dell’inverno. E loro vanno, cavolo se vanno. Per un breve tratto cerco di tenere il passo, ma poi mi rassegno al mio ritmo, che mi permetterà di arrivare fino in cima. Sono lontani, ma sono là, li vedo, che battono traccia. La neve è bella e farinosa. Imboccano, zig-zagando, la direzione che conduce all’attacco del canalino.

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Li guardo e mi faccio qualche domanda. Io ce la farò a salire di là? Beh, faccio andare loro e poi se non me la sento torno. Seguo le loro tracce. Lo zig-zag, sotto il canale, si fa sempre più frequente e inganna la pendenza. La neve è ancora bella e, a parte le mie gambette che cominciano a bruciacchiare, si sale bene. Sto ancora salendo quando li vedo fermarsi, proprio nel punto in cui il canale sfiora i 40°/45° di pendenza, togliere gli sci e metterli in spalla. Uno, non ricordo più chi, mi guarda mentre risalgo lungo la traccia e mi urla “Tranquilla, neve bella, senza ramponi”. Effettivamente li vedo salire, sempre velocemente, con i piedi che affondano fino a mezzo scarpone, fino a che non scompaiono, quasi in uscita.

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Sono alla fine della traccia zig-zag, tolgo gli sci e li metto sullo zaino. Guardo intorno. Silenzio. Mi guardo dentro. Silenzio. Mi ascolto per sentire se ho capito bene… Nessun campanellino mi dice di tornare indietro. Sto bene, benissimo. Tre, due, uno e… primo passo. Il piede affonda senza sfondare, sotto la neve è solida e si sale che è una meraviglia. Un passo dopo l’altro.

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Mi torna alla mente la Presolana, quella volta che feci un canale di cui non ricordo il nome con Raffo e Luca e poi… dalle creste al Visolo, un ravanaggio assurdo. Ore per uscirne. Oppure quella volta che decisi di fare il Redorta per il Canale Centrale, l’unica volta che andai da sola. Quella volta i ramponi ci volevano eccome: la notte aveva piovuto sopra la neve e aveva ghiacciato. E io avevo solo quella picca da passeggio, di quelle che quando le batti forte ti fracassi le nocche delle dita. Sali sali e non guardare indietro, mi dicevo. Tanti ricordi. Sto bene per davvero ora. Scaccio i pensieri e continuo a salire. In alto il canale piega leggermente a destra e bypassa una piccola cornice. Esco, col sorriso raggiante e pensando di essere in vetta. Nessuno. Vedo però le tracce dei miei soci (hanno rimesso sci e pelli) che vanno verso la mia sinistra. Mentre rimetto gli sci mi guardo attorno. Sono estasiata. Ci siamo io, la neve, la montagna, il sole, un aereo che passa, un uccello che vola alto e sembra anche a me, per un attimo, di volare. Dio, se devo morire, fai che sia ora, perché sto benissimo. Lo penso per davvero, mentre metto le pelli. La neve è dura e le lamine affondano appena. Seguo le tracce e, in un quarto d’ora, vedo Marzio&Co. in vetta. Mi incitano a salire e a suonare la campana.

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Mi affretto a togliere le pelli e mi preparo a scendere, prestando massima attenzione soprattutto nell’attraversamento che su neve dura dalla cima Cabianca conduce verso Cima Valrossa. Alcuni tratti sono in salita e quindi si fa scaletta (superfatica!!!). Dal colletto si scende per la Valle dei frati, fino all’omonimo lago. La neve è polverosa, anche se a tratti un po’ pesante. A volte cambia consistenza improvvisamente e rotolo… ma rotolo sul morbido! Mi riempio di neve e mi rialzo. Dalla diga dei frati tagliamo per un bosco ricco di neve farinosa (ma anche di alberi e arbusti!!!) e piano piano, tra sali e scendi, tra scalette e gambe che bruciano, si arriva ben oltre la metà della strada che dal Calvi riporta alla macchina.

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Che dire? Le cose quelle più belle, succedono per caso. E questa volta, a me, è proprio successa. GRAZIE!!!

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