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60 chilometri non sono una infinità se li hai nella testa. E io sabato ero pronta a portare a termine la mia gara, con i miei tempi e con i miei pensieri. Senza orologio (come sempre! Non l’ho mai usato), senza pretese. Sapendo che il viaggio sarebbe stato lungo, faticoso e bello. Sapendo che ci sarebbero stati momenti in cui avrei maledetto il giorno in cui ho deciso di iscrivermi, momenti in cui avrei avuto la forte tentazione di mollare e attimi in cui avrei pensato che non bisogna mai partecipare a certe gare senza un allenamento adeguato. E poi, a due passi dal traguardo, avrei riso di me stessa e della vena di follia che, ogni anno, mi porta a fare esperienze di questo tipo. Già me le immaginavo, tutte queste cose, mentre alle 4,45 del mattino mi passavo lo stick anti-sfregamento sui talloni e sul lato esterno della pianta del piede, sulla parte superiore degli alluci e all’inguine. Sono operazioni che faccio in maniera automatica, come un rito propiziatorio, mentre la mente vaga altrove. Indossare il pettorale è l’ultimo di questi automatismi. La gara, per me, inizia da quel preciso istante. Si accende il tasto e vado il modalità Gara ON. Dal quel momento niente mi può più distrarre.

Macugnaga. Pochi minuti alle 6. Siamo tutti lì, i 170 della lunga e quelli della staffetta, pronti a iniziare il nostro viaggio. Nello zaino il materiale obbligatorio e (viste le previsioni non rosee) anche qualcosa di più. Vi anticipo già che userò tutto: dai pantaloni impermeabili ai guanti di lana. Mi infilo della mischia, in griglia di partenza, e penso a quante volte è già accaduto. Sempre la stessa storia: tutti attorno a me ridono e scherzano, qualcuno scatta foto con il cellulare, io invece ho le gambe molli e il cuore in gola, chiudo gli occhi e cerco di respirare più a fondo possibile, vorrei scappare. Poi il conto alla rovescia e il serpentone dei partecipanti comincia ad avanzare. Mi lascio trasportare, oltrepasso la linea dello start, ora si balla. I primi chilometri sono tutti in piano e in discesa, le gambe vanno da sole e cerco di focalizzarmi sulle sensazioni. Risistemo l’allacciatura dello zaino, che mi sfrega sulla clavicola; mi concentro sul mio ginocchio un po’ dolorante e gli dico di tenere duro ancora per una sessantina di chilometri, che poi andiamo a farci una bella risonanza; penso che non sono una atleta ma sono una guerriera e conosco abbastanza la montagna per far bene anche alla MEHT, e questo mi basta.

Inizia la lunga salita che porta a Passo dei Mondelli (Km 15, metri di dislivello tanti), sul confine tra Italia e Svizzera. Si passa dal bosco a una vallata aperta e verdissima, ricchissima di cascate e ruscelli, alla pietraia e alla neve. Io sono in modalità “passo deciso e silenzio stampa”, i ragazzi dietro di me invece, molto più giovani rispetto alla sottoscritta e con un sacco di fiato in più, scherzano tra di loro. Sono come la radio, in auto, durante i viaggi lunghi. Li ascolto e un po’ rido anche io. Il tempo passa in fretta e io mi sento bene. In un breve tratto di piano accenno anche una corsetta ma il piede cade in fallo e finisco rovinosamente a terra, rompendo di netto uno dei miei bastoni. Cado sul fianco. Non sento il dolore, non sento nulla, le mie attenzioni sono tutte rivolte al bastone spezzato a metà. Questi bastoni mi hanno accompagnata alla CCC, alla VUT, a tutte le gare importanti… e ora mi stanno abbandonando! Mi alzo e decido di continuare con uno, col morale a terra e in una vallata che lascia senza fiato….

Affronto con fatica la pietraia che porta al Passo e mi imbatto in un Toscano che, abituato alle gare trail nella sua terra natìa, corre senza bastoni e lamentandosi che questa gara l’è dura un sacco. L’accento è forte e marcato, e ascoltarlo mi mette allegria e mi fa dimenticare la fatica. Arrivata al passo, ora avvolto dalla nebbia, chiedo ai volontari del ristoro se per caso hanno del nastro americano per tentare di riparare il bastone spezzato. Lo chiedo con scarsa convinzione, quasi sicura di ricevere una risposta negativa… “Signorina, al ristoro del Mondelli abbiamo tutto! Pane dolce, salame, formaggio, the, acqua, sali, frutta… e persino il nastro americano!”. Non lo mangio, ma è la cosa più buona che potessi trovare! Mi prendono il bastone dalle mani e in men che non si dica me lo riparano. Grazie, grazie, grazie. E riparto col sorriso sulle labbra e con meno fatica nelle gambe.

Inizia la discesa fino alla diga di Mattmark (km 23, metri di dislivello troppi). Roccia, neve, tratti erbosi e, giù in fondo, il lago. Sulla sinistra si aprono i ghiacci perenni e gli scenari del Monte Rosa. Corro e, a momenti, mi fermo a guardarmi questo spettacolo. Paesaggi di una bellezza totalizzante, che si stagliano sotto a un cielo che comincia a tradire le prime avvisaglie temporalesche.

I percorso di gara passa sulla diga (spet-ta-co-looo!) e risale il lago sul sentiero che si trova sulla sinistra orografica della vallata.

In mezz’ora, forse meno, il meteo cambia bruscamente: dal sole alla grandine… Già, perchè in quota non piove, in quota grandina. E la grandine fa male quando colpisce forte le mani e le gambe. Quando trasforma il sentiero in un fiume in piena e quando imbianca completamente il paesaggio. Procedo lenta, come in un bozzolo, protetta dai miei pantaloni impermeabili e con il cappuccio della giacca calcato bene sulla testa, e con il bavero alto. Respiro forte, faccio rimbalzare il fiato contro la zip e mi godo quegli attimi di calduccio all’altezza del mento. Le mani mi fanno male, le gambe anche, i piedi sono freddi, immersi in trenta centimetri di acqua e grandine, e non li sento più. Testa bassa e sguardo a terra, i lampi squarciano il cielo e i tuoni urlano. Arrivo ad un punto in cui un grosso mass, ha creato una specie di cascata. Per andare oltre bisogna passare forzatamente sotto al getto di acqua ghiacciata. E lì, proprio lì sotto, scorgo un gruppetto di persone ferme, infreddolite, avvolte nel telo termico, che attendono che smetta di grandinare o che qualcuno venga a prenderle. Cerco di dirgli che qua non si può, non ci si deve fermare, che non bisogna raffreddarsi… Ma ho troppo freddo e non posso perdere tempo. Piano, stando attenta al terreno scivoloso e ai fiumi di fango che si riversano verso il basso, continuo. È incredibile come ti senti in colpa quando, pur sentendoti in dovere di aiutare, l’istinto prende il sopravvento, portandoti a fare la scelta “più giusta per te, indipendentemente dagli altri”.

E finalmente, dopo più di un’ora sotto alla grandine e al temporale vedo la vetta del Monte Moro, con la caratteristica scultura aurea della Madonna delle Nevi. E giù, in fondo, il ristoro. Scendo di buon passo, pregustando già il the caldo. Arrivata scoprirò che la gara, per me e per quelli dopo di me, era già finita da un’ora per ragioni di sicurezza. Che una squadra del Soccorso Alpino era partita per aiutare le persone ferme e infreddolite che avevo incontrato lungo il percorso. E niente, finisce così, con un po’ di amaro in bocca, mentre bevo un the con dentro mille zollette di zucchero. Con l’amaro in bocca perchè io avevo lottato per arrivare fino lì e alla fine ci ero arrivata. “Il sentiero che scende verso Macugnaga si è fatto troppo pericoloso e quindi abbiamo ritenuto meglio fermarvi” – così ci dicono. Mi caricano sulla funivia e mi riportano in paese.

Mentre scendo guardo fuori dalle vetrate della cabina. Non piove più. Guardo il mio pettorale, fradicio ma ancora al suo posto, come era successo alla VUT. Questa volta niente traguardo per me. Penso ai luoghi bellissimi che ho attraversato… e penso che tra un anno arriverò con più voglia di finirla e più allenata. MEHT, ora abbiamo un conto in sospeso!

Si ringraziano: Crosscall Trekker X4, cellulare indistruttibile che ha resistito al temporale (senza nessuna protezione, lasciato nello zaino e bagnandosi completamente); Compeed, per il suo fantastico stick anti-sfregamento, ormai irrinunciabile prima di qualsiasi gara; Masters, per il supporto; Dynafit, marchio del quale sto testando le scarpe Alpine Pro.

 

** COMPEED STICK ANTI-VESCICHE

Come dicevo, le vesciche sono uno dei problemi in cui, chi pratica questa disciplina, può facilmente imbattersi. Possono dipendere dalla calzatura o semplicemente dal numero di ore di attività e dai chilometri percorsi. Più la gara è lunga, più il clima è caldo, e più sarà facile avere problemi di questo tipo. La cosa più saggia è puntare sulla prevenzione. Questo prodotto naturale, incolore, inodore e anallergico, è stato una grande scoperta. Applicato nelle zone critiche, limita notevolmente lo sfregamento che causa l’insorgere di vesciche, piaghe e irritazioni della pelle. Per questo è utile non solo sui piedi ma anche nelle altre zone del corpo sia dell’uomo sia della donna (inguine, natiche, capezzoli…).

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