Nepal step by step – La sola certezza è che sto per partire

3 marzo 2020

L’attesa del volo per Dubai nella svuotata sala d’attesa dell’aeroporto di Milano Malpensa si rivela un’esperienza inaspettata. Sono tempi duri, difficili dal punto di vista di una umanità menomata delle sue certezze. Se una volta l’italiano era quello della cultura, del romanticismo, della pizza e degli spaghetti, ora è quello del virus “Corona”. Un nome che mi affascina in un certo senso, elegante, principesco. Visto al microscopio, questo virus ha una forma bellissima. Proprio lui che da una settimana tiene in scacco l’intero pianeta. In particolar modo l’Italia. Tanto bello quanto temibile. Un nemico invisibile, misterioso, di cui non sappiamo molto, anzi forse non ne sappiamo proprio nulla. Brancoliamo nell’incertezza. Dove respirare, cosa toccare. Se solo potessi vederle quelle minuscole particelle, quelle bollicine di vapore acqueo che si portano dentro il virus. Se solo fossero luminescenti. Se solo potessi metterlo a fuoco, come nei film polizieschi, come fa il luminol con le macchie di sangue. Invece no. L’unica certezza è che sto per partire.

In una Malpensa come non si era mai vista, attendo il mio volo per il Nepal.

A indossare la mascherina, talvolta accompagnandola a un paio di guanti in lattice e, per i più arditi, un paio di occhiali protettivi, sono soprattutto gli orientali. Proprio loro, che fino a poche settimane fa erano “la nazione da temere”, oggi hanno paura a sostare nel Terminal1 e si aggirano come fantasmi cercando di limitare al minimo il contatto fisico con tutto ciò che è italiano. Sembrano dei chirurghi poco prima di iniziare un intervento a cuore aperto. Ci guardano con sospetto, da parte nostra li guardiamo con il timore di vedere quello che non vogliamo vedere. In una settimana o forse anche meno, il mondo si è ribaltato e la nostra Italia si è trasformata dal bel Paese alla quinta nazione al mondo per numero di contagi. Fa paura rimanere, fa paura a partire. Per la prima volta fa addirittura paura salutare mamma e papà. Chiudo gli occhi, mi stampo il sorriso sulle labbra e li saluto con un abbraccio. Improvvisamente mi rendo conto che nella mia vita ho dato davvero troppi pochi abbracci. Lo tengo un po’ più lungo del solito, questo abbraccio, come per fissare dentro di me quelle sensazioni di cui troppo spesso mi sono privata in maniera del tutto non desiderata e inconsapevole, quasi fossero dettagli di poco conto.

Il Nepal era, fino a una settimana fa, il sogno di una vita. Lo è anche ora che viaggiare fa più paura. Ora che sai che tutto potrebbe succedere o cambiare, in maniera repentina e senza preavviso. Ora che il domani non ha più certezze.

Sanremo, se tutto fila liscio, tra gli ultimi, pochi italiani, a entrare nel Paese per un bel po’ di tempo. Il timore principale è come saremo accolti, ammesso e concesso di poter utilizzare questa parola. Ma come dicevo non c’è difficoltà che possa fermare i sogni, nemmeno la paura.

Gate B53. Tutti seduti mantenendo, per quanto possibile, le distanze. Come se non ci fosse già il telefono cellulare a farlo. Ad interrompere questa scena surreale, la fila delle hostess Emirates. Affascinanti e bellissime, in tutta la loro eleganza, con gli occhi a punta e la bocca tinta di rosso, sfilano in mezzo alla sala d’attesa. Un soffio di leggerezza che rimane sospeso a mezz’aria. E l’aria qua è pesante come il piombo. Ci chiamano per gruppi e ci imbarcano sull’enorme airbus, un bestione di metallo lungo quasi 100 metri. Due piani per tenere separata la prima classe dall’economy. Per un istante prego perché i cinesi si rifiutino di viaggiare insieme a noi e si finisca, (magicamente!) in prima classe. Non succede. Saliamo ordinatamente sulla gigantesca libellula di ferro e scopro con gioia di essere accanto al finestrino. Il posto vicino al finestrino mette sempre un po’ di felicità, credo valga un po’ per tutti. Alla mia sinistra vedo le due enormi turbine. Puntuali alle 13.40 lasciamo Milano e ci dirigiamo verso est andando incontro alla sera. Che arriva presto, dopo sole 3 ore di volo. Nel frattempo guardo fuori dall’oblò e respiro attraverso il filtro della mascherina. Già dopo un paio di ore la fettuccia di alluminio che preme sul setto nasale comincia a dare fastidio. Fastidio che si trasforma ben presto in dolore. Come la goccia che, di per sé impercettibile, con il tempo arriva a corrodere la roccia. Piano piano mi abituo a questa strana sensazione, al dolore sul naso e a quel senso di insufficienza di ossigeno nell’aria. Tutto il personale di bordo ora indossa la mascherina. I volti sono segati a metà, le bocche non si vedono più. Dovremo imparare a sorridere con gli occhi.

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