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“Guarda, quella deve essere una lanterna, di quelle che lanci nel cielo e volano”. “Mmm… No papà, non credo”. 10 minuti dopo. “Guarda, laggiù, stavolta le hanno lanciate davvero le lanterne!”. “Mmmmm… papà che palle con ‘ste lanterne! Sono stanchezza e cecità (perchè sei senza occhiali) e non lanterne! Guarda la luna piuttosto che questa notte, con l’eclissi, è rossa!”. Silenzio. “A me non pare rossa però”. “Hai ragione papà, hanno detto una cazzata, è del solito colore”.

È passata la mezzanotte e stiamo salendo al Brunone. Io e mio papà. E tutti gli altri che stanno facendo Orobie Ultra Trail. Lui è in gara, io no. Questa volta faccio l’assistente. Ho pensato che scortarlo da Fiumenero fino al rifugio Brunone sarebbe stata una cosa carina. L’ho lasciato questa mattina alle 10, quando è partito, e l’ho ritrovato questa sera alla prima base vita. Arrivati al Brunone, io mi riposerò un paio di ore, mentre lui continuerà. Siamo tra il 40simo e il 50simo chilometro e ne ha davanti ancora un centinaio.

E parliamo di queste cose strane. Delle luci, della luna, delle lanterne che non esistono. Parliamo di crampi ai quadricipiti e della mamma che è a casa e tiene monitorata la sua gara tramite gps e che mi manda le schermate di dove si trova, in modo che io possa essere puntuale alla base vita successiva . Mi chiede se mio fratello è rientrato, perchè era al compleanno di un amico. Che ne so io di mio fratello, è da questa mattina che sono qui. Gli dico che la notte è il momento delle gare che preferisco, quando tutto tace e non vedi nulla se non la luce della frontale. Quando ogni rumore ti fa sussultare perchè non sai da dove arriva. Ma poi, alla fine, sono solo i versi e i gemiti della montagna, che neppure di notte riposa. Mi manda davanti e mi dice di fare il mio passo (lento… grazie, grazie mille! Sento su anche della lumaca questa notte) che così non va veloce e non gli vengono i crampi.

Mi sento una trottola, da una base vita all’altra, con borse di materiale e carichi di cibo che tanto non vuole perchè non riesce a mangiare un granchè. Il rituale che fa bene a cuore e gambe, l’ho capito, è sempre lo stesso: lui arriva, io bacio e abbraccio. Lui chiede che ore sono e io rispondo. Commentiamo quanto sia fatta bene e precisa la sua tabella di marcia (l’autostima fortifica e infonde coraggio). Lui si siede, io prendo le borracce e le vado a riempire degli intrugli che mi dice lui (acqua e fette di limone, mix metà acqua e metà Coca-cola, ecc…). Io gli chiedo se vuole cambiare maglia o scarpe (che ho già preparato sulla panca in maniera ordinata prima del suo arrivo), lui risponde. Lui fruga nella scatoletta delle barrette dalla quale tanto non prende nulla commentando che fanno tutte schifo, io la richiudo (ma guai se non ci fosse!!). Lui va al tavolone e prende qualcosina da mangiare. Io metto nei sacchetti di plastica eventuali magliette sudate e puzzolenti. Lui torna alla panca, io gli massaggio velocemente le gambe. Tutto questo dura circa 15 minuti. Si alza. Lo aiuto a mettere lo zainetto. Bacio. Riparte. E riparto anche io, verso la base vita successiva.

Arrivata al Brunone decido di riposare un paio di ore e alle 5 mi alzo per scendere di nuovo a Fiumenero dove, presa la macchina, mi reco a Valcanale. Da lì una mezz’ora di cammino per la base vita successiva, al rifugio Alpe Corte. Sulla strada saccheggio una farmacia e un negozio di articoli sportivi, per trovare potassio e magnesio contro i crampi.

Valcanale-Alpe Corte di corsa. Sudore a mille. Fiatone allucinante. Sto morendo e temo di non arrivare in tempo. Invece, fortunatamente lo devo aspettare 20 minuti. Mi sono portata su scarpe di ricambio, maglia, il solito cibo, e magnesio e potassio. Inutile, non vuole nulla. A parte magnesio e potassio. Compro una birra e ne beve un po’. Lui sta bene … io un po’ meno. Riparte. Scendo di corsa  a Valcanale, dove ho lasciato l’auto e in un’ora raggiungo Zambla, l’altra base vita. Traffico paura… non esiste parcheggio. Lascio l’auto in culo ai lupi e, col solito borsone in spalla, via verso la base.

Qua lo aspetto davvero tanto, il sole mi brucia il coppino. Vedo passare mille persone, saluto chi conosco, faccio il tifo, ripasso le cose che gli devo dare quando arriva. Arriva. Solita trafila: bacio, borracce… questa volta però si cambia. Pure le scarpe. Gli guardo i piedi, sotto, non è un bel vedere ma non sono tagliati. Bene. È lucido, molto di più di quando vedeva lanterne. Bene. Massaggio, cibo. Solite cose. Bacio, abbraccio, riparte.

A Selvino ci devo portare anche mamma e fratello… Per cui da Zambla torno a casa, da mia madre. Doccia al volo e carico in auto mamma e fratello. Selvino. Salendo la strada è tutta un tornante e mia mamma soffre il mal d’auto. Bene ma non benissimo. Parcgheggiamo e questa volta siamo in tre ad attenderlo. Non abbiamo un riferimento temporale perchè sul cellulare il gps non funziona bene.

Arriva. Solita trafila, questa volta bacio e abbraccio però sono moltiplicati per tre, il resto rimane uguale. Gli calco in testa la frontale. Sono 120 km, ne mancano ancora 20. La prossima tappa sarà il traguardo in Città Alta a Bergamo.

Lui riparte e noi (mamma, fratello e io) andiamo direttamente a Bergamo. Piazza Vecchia è un brulicare di gente. Luci e la voce dello speaker che annuncia gli arrivi.

Finalmente mi siedo a un tavolo… Pappa! Mentre mangio mi si chiudono gli occhi. Calcolo che dobbiamo attenderlo almeno altre due ore. Vado sui gradini della biblioteca, mi sdraio a terra e mi addormento. Non sento nulla, per un’ora buona. Quando mi risveglio non sono riposata, ma almeno gli occhi stanno aperti. Aspettiamo ancora un po’, ci manda un messaggio su WhatsUp… è a 4 chilometri da noi.

Ci siano finalmente. Sono trascorse 40 ore e 58 minuti. Arriva, finalmente arriva. Correndo. Fa un salto. Noi scattiamo foto. Bravo, bravo, bravo. Baci e abbracci moltiplicati per tre. Complimenti. Questa volta però non c’è più la sacca col cambio, è finita. Tutti felici, tutti stanchi. Sono quasi le 4 del mattino. Ora casa e nanna. A tutto il bello, a gioire, ci penseremo domani. Ora casa e nanna, per davvero.

È stata una gara impegnativa per lui e una prova per me. Sostenere una persona, aiutarla a raggiungere un obiettivo, non è uno scherzo! Si fatica, si soffre, si muore dalla tensione. Si suda. Ma quando arriva fatevi vedere sempre a posto, sorridete, rispettate l’iter che fa bene a gambe e cuore. Assecondatelo in ogni stranezza e se per caso vi parla male cercate di capire… è la stanchezza. La stanchezza mette a dura prova le persone e le fa uscire per come sono davvero dentro. Pregi e difetti, solitamente però ad uscire sono solo i difetti. È l’unico modo per essere d’aiuto. E infine, ringraziate sempre chi vi segue nelle vostre imprese… chi pazienta… chi è lì per voi. Senza, forse, sarebbe molto più dura.

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