Vi propongo una intervista a Diego Mabboni (climber, chiodatore di molte falesie del Garda Trentino e non solo, negoziante, papà, ecc ecc…) che ho pubblicato sulla rivista Outdoor Magazine. Naturalmente questo è solamente un estratto, per chi volesse la versione completa: https://outdoormag.sport-press.it/rivista/ . Mi piace l’idea di condividerla perchè Diego mi è parso davvero una bella persona e perchè il suo progetto “5% for bolting e rebolting” merita di essere conosciuto, sostenuto, replicato anche in altre aree del paese!

 “A volte nella vita accade che passa quel famoso treno e in un batter d’occhio devi decidere se prenderlo al volo oppure rimanere a guardarlo mentre transita e se ne va. Ecco, a me successe proprio questo… In men che non si dica mi ritrovai a sfrecciare su quei binari che successivamente condizionarono il mio destino. Hai presente quando rovistando in una vecchia soffitta ti capita in mano un vecchio violino e subito hai la percezione di custodire qualcosa di straordinario?”.

Inizia così il racconto di Diego Mabboni, titolare di Red Point ad Arco di Trento. Negoziante, ma prima ancora alpinista, scalatore, chiodatore. E poi sì, anche negoziante. Uno che marinava la scuola (non sempre, fortunatamente!) per andare a scalare e che all’età di 19 anni si è trovato davanti a una grande opportunità, una di quelle “prendere o lasciare”, il famoso treno che passa e che, forse, non torna più.

“Frequentavo Arco già da diversi anni, era diventata la mia meta preferita quando marinavo la scuola. Un giorno come tanti decisi di chiedere al mio ex istruttore di sci, che gestiva un negozio sportivo, se per caso avesse intenzione di vendere l’attività. Come un fulmine a ciel sereno mi rispose di sì. Restai per un attimo senza fiato. Allora ottenere una licenza commerciale era molto difficile, era tutto contingentato. Per aprire un nuovo negozio l’unica possibilità era quella di acquistarlo, purtroppo per me però il valore commerciale delle autorizzazioni commerciali era molto alto. In realtà quando il proprietario mi disse la cifra quasi svenni, ma in senso positivo, infatti il valore era quasi 15 volte inferiore alle quotazioni di mercato! Naturalmente da buono studente non possedevo nemmeno la cifra della caparra per bloccare la compravendita. Per mia fortuna le banche allora erano più flessibili e più snelle, ed in una decina di giorni approvarono il finanziamento richiesto. Era fatta, ero salito su quel treno ed ero in viaggio. Con non poche difficoltà partii. La legge dell’attrazione fece ancora il suo dovere e mi fece incontrare un falegname a dir poco pazzo ma allo stesso tempo geniale e pieno di creatività. Gli sarò sempre grato perché mi insegnò a lavorare e soprattutto a ragionare prima di agire. Ci vollero quasi 6 mesi per ristrutturare ed arredare il negozio. Acquistai una quantità immensa di assi e qualche bel fusto di vernice e cominciammo ad “inventarci” Red Point, che aprì i battenti il 10 dicembre 1990. Come lavorare? Ero un quasi ventenne fresco di scuola e non potevo sapere molto del mondo del lavoro, pertanto mi diedi solamente una regola: per lavorare bene devi sapere di cosa parli. Quindi inserii in negozio solo prodotti di cui possedevo un’ottima competenza e questo fu riconosciuto immediatamente. La fortuna volle che Arco negli anni 90 ebbe un vero e proprio boom arrampicatorio. Nacquero molte falesie ed alcune furono giustamente prese d’assalto vista la qualità della roccia e degli itinerari”.

Sei un chiodatore. Che tipo di itinerari prediligi attrezzare? Quali sono le tue ultime realizzazioni?

Tra vie e falesie ho chiodato davvero tanto, credo più di 700 le lunghezze di corda tracciate. In questi 35 anni di attività ho attrezzato di tutto: falesie per bambini e principianti come il Muro dell’Asino, falesie con tiri fino a 60 metri con chiodatura “allegra” come il Red Point Wall, falesie estreme fino al 9b+ (per ora) come Laghel, aree dedicate al dry tooling, vie lunghe plasir, difficili e trad e tante nuove cascate di ghiaccio e misto. Diciamo che mi diverto a tracciare nuovi itinerari, in certi momenti diventa una vera necessità. Cercare la linea, leggerla, chiodarla, pulirla, capire i movimenti, salirla e dare il nome, mai a caso, è per me un modo per incidere le sensazioni di un momento preciso della mia vita. Questa mattina (riferito al giorno dell’intervista, ndr) ho aggiunto un 9 alla corte dei big (fa riferimento al nono grado, ndr), i giorni scorsi una via facile su roccia fantastica di grado 4+, chiodata con Davide (il mio quarto figlio di 4 anni) ed una via lunga sulla miglior roccia grigia di arco, un vero capolavoro della natura… Si chiama “Il dio del fiume” (difficoltà 7c , lunghezza 100 m) al Monte Colt.

Sei l’ideatore di un progetto che si chiema “5% for bolting e rebolting”. Ce ne parli?

Finalmente qualcosa di serio! (sorride, ndr) Per raccontarvela partirò dall’inizio cioè dalla sua nascita, qualche anno fa, durante un soggiorno (ovviamente arrampicatorio, ndr) in Sicilia, a San Vito Lo Capo. È noto a tutti come la salsedine danneggi i materiali utilizzati per attrezzare le falesie e nella zona di San Vito ci sono molte situazioni critiche che andrebbero sanate. Parlando con Vito, proprietario dell’albergo L’agave, gli feci notare che non ci sono molti sport in cui gli utenti preparano il “campo giochi” per i praticanti. Mi spiego meglio: il campo da calcio, tennis e pallavolo, la piscina, la pista da sci o la strada per i ciclisti, nessuno degli sportivi che praticano questi sport deve utilizzare il proprio tempo tempo e ancor di più il proprio denaro per preparare il terreno sui cui egli stesso (e gli altri) praticheranno l’attività. Nel caso dell’arrampicata invece è così: pochi chiodatori si prendono la briga di attrezzare (molto spesso a spese proprie) gli itinerari che poi gli altri saliranno. Non capita quasi mai che uno scalatore prenda una manciata di piastrine e tasselli e le regali a chi si fa carico di attrezzare nuovi itinerari. Finito questo discorsetto, fatto in maniera assolutamente colloquiale, Vito mi disse di essere intenzionato a contribuire al mondo verticale e lo fece senza pensarci due colte: mi chiese di acquistare materiale per riattrezzare gli itinerari pericolosi a San Vito utilizzando i soldi del mio soggiorno presso la sua struttura alberghiera. E qui mi si accese la lampadina e decisi di inventarmi qualcosa per rendere sostenibile la chiodatura degli itinerari. Nasce quindi il progetto 5% for bolting e rebolting (evidentemente ispirato al 1% for the Planet di Patagonia in primis e ora anche di altre aziende). Solo lo scorso anno, con i soldi raccolti vendendo prodotti legati al progetto, è stata attrezzata una falesia di 80 tiri in zona Arco e fatto interventi di sistemazione in altre, come la sostituzione (non completata) delle soste al settore più vecchio del Red Point Wall. Nel 2019 sono già partiti lavori di chiodatura in una falesia di altissimo livello. Sto inoltre preparando per maggio un intervento di riqualificazione molto particolare. Sono contento perché anche due esercizi commerciali di Arco mi hanno chiesto di sostenere quest’iniziativa. Si tratta di Caffè Trentino e del Birreria Arciduca, sempre vicini al mondo del climbing.

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