SELVAGGIO DENTRO, IL VIAGGIO TRA I MONTI (e non solo) DI YATES

Quando hai così voglia di scoprire cosa ci sarà scritto nella riga, nella pagina successiva, che tralasci di leggere il titolo. O di osservare la copertina con quel minimo di attenzione che ti avrebbe fatta immediatamente rendere conto che il titolo corretto era “Selvaggio dentro” e non “Viaggio dentro”.

Ho letto ogni riga del volumetto edito da Priuli&Verlucca (collana I Licheni) ricercando ovunque i dettagli di questo viaggio interiore, che è ben più importante di quello che avviene fuori, sulle montagne più remote e nei luoghi più isolati del mondo. Un viaggio dentro – questo appunto il titolo con cui nel tempo vorrò ricordare questo libro – che inizia molti anni prima rispetto alle vicende raccontate e vividamente descritte nelle pagine dell’opera tradotta da Luca Calvi. Se agli occhi del mondo la vicenda dell’85 sul Siula Grande, in cui Simon tagliò la corda al compagno di scalata Joe Simpson, potrebbe rappresentare “il viaggio tra i sensi di colpa di uno che pensava di aver ucciso un amico”… per il protagonista questa fu, semplicemente, una esperienza. Forse non una come tante, si capisce, ma comunque una singola goccia che va a comporre l’oceano dell’esistenza. E questo, nel libro, lo si percepisce chiaramente. La storiaccia che ispirò il film “La morte sospesa” non ha impedito a Yates di continuare ad andare per monti, a cercare, a esplorare. Le montagne di Yates sono esattamente come gli oceani: sconfinate, infinite, a tratti poco conosciute. Come la Cordillera Darwin nella Tierra del Fuego, le catene Wrangell-Saint Elias sul confine tra Alaska e Yukon e la Groenlandia. In realtà, sebbene apparentemente condannato a morte, Joe Simpson sopravvisse in un modo che puzza più di miracolo che di expertise, arrivando da solo, ferito e gravemente disidratato, dopo diversi giorni al campo base. Quello di Joe fu un grande viaggio interiore, nel quale dovette combattere per non cedere alla morte.

Alpinista certamente ma ancor più esploratore, Simon reagisce alla vicenda (e all’impopolarità sopravvenuta al taglio della corda) guardando avanti e continuando ad esplorare. Ma il mondo attorno a lui cambia, così come cambia anche l’alpinismo. In una manciata di anni ogni luogo, anche quelli che un tempo obbligavano a quell’isolamento totale vissuto al Siula Grande, diventa raggiungibile schiacciando un tasto. Le antenne spuntano un po’ ovunque e laddove non arrivano quelle, ci pensano i satelliti. Grazie alla tecnologia odierna, nell’85, Simpson avrebbe potuto lanciare un SOS. Ma Yates non sembra pensare a questo. Yates sembra prendere semplicemente atto di questi cambiamenti, si rende conto di essere stato tra le ultime generazioni di alpinisti che hanno vissuto l’avventura in maniera selvaggia perché così era, perché non vi era scelta. Oggi, l’isolamento, è qualcosa che si fa per scelta… e neppure se lo si sceglie si riesce ad essere completamente isolati. La stessa cosa mi aveva detto, una volta, Nives Meroi. Lei, che ha provato la montagna selvaggia, negli anni è stata sempre più impossibilitata a vivere questa esperienza. E allora dove cercare il selvaggio? Forse la risposta si trova dentro a ognuno di noi. Come dice Yates in conclusione “Forse oggi più che mai le montagne sono ciò che di loro facciamo, o ciò che vogliamo che esse siano”.

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