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Tagliare il traguardo de La Maratona del Cielo, storica gara lasciapassare per il Kima giunta quest’anno alla sua ventiquattresima edizione, ha richiesto un sacco di gambe, testa e soprattutto cuore. Una gara che chiede tanto, tutto nel mio caso, ma che regala il doppio. In termini di paesaggi, di spettacolarità, di soddisfazione. E il giorno dopo? Il giorno dopo ti senti su un tappeto di nuvole, con i muscoli dei quadricipiti indolenziti, ma pur sempre un eroe. Una gara che “fa curriculum”, così mi è stato detto, anche se ho sforato il muro delle 8 ore.

“Tu hai corso la Skymarathon Sentiero 4 Luglio ragazza, e certo che fa curriculum, il resto sono solo chiacchiere e distintivo”. Le parole di Maurizio (l’onnipresente Torri, una vera personalità nel mondo della corsa e dello scialpinismo!) mi echeggiano nella testa. Riascolto il suo messaggio più volte, dalla voce un po’ gracchiante dello smartphone, per sentirmelo ripetere nuovamente. Fatta!

Mi sono iscritta a questa competizione a inizio stagione, convinta che sarebbe stato un 2019 di super allenamenti. Che sarei arrivata pronta per affrontare quell’unico cancello, quello di Cima Sellero. 20 chilometri e 2.100 metri di dislivello positivo in un tempo massimo di 4 ore per gli uomini e 4 ore e 15 per noi donne. E invece, per svariati motivi, sono arrivata con una forma fisica e un allenamento assolutamente non soddisfacenti!

Alla partenza non siamo molte. Le facce tese e concentrate. Gambe atletiche, forti, asciutte. Le gambe delle altre, non le mie, che a dieci secondi dal via si fanno molli come mozzarelle. Ma sono qua ed è fondamentale che io dia il massimo, per non rimpiangere poi il fatto di non averci nemmeno provato. Tre, due, uno… Il serpentone di pantaloncini e gonnellini parte un filo a rilento, ma il gruppo prende subito un buon ritmo sul primo tratto di asfalto e a me non rimane che tentare di stare al passo.

Dopo qualche chilometro l’ingresso nel bosco, che segna l’inizio della salita. Lunga, calda, anche se non sono ancora le otto del mattino. Cerco di prendere un ritmo deciso e regolare, mi aiuto con i bastoni. Dopo non molto vengo sorpassata da un gruppetto di uomini (partiti 15 minuti dopo le donne), tra loro anche il vincitore Daniel Antonioli, che sembra volare. Segue un lungo traverso panoramico, che alterna tratti di discesa, di piano e qualche salita. Non mi preoccupo dei tempi, perché tanto sono convinta di non arrivare al cancello, penso solamente a dare il massimo e a gestire la fatica. A respirare. Il tempo scorre e così anche la terra sotto ai piedi. Una nuova salita per arrivare a scorgere, finalmente, Passo Telenek e la mitica punta del Sellero. Il cancello si trova lassù. “Dai, mancano quaranta minuti alla chiusura del cancello, ce la puoi fare”, così mi viene detto al ristoro. “Davvero, ce la posso fare secondo te?”, quasi non ci credo. La vetta pare lontanissima e il dislivello ancora parecchio. Ma nella mia testa comincia a insinuarsi il dubbio… “Forse ce la faccio… forse… O Dio, sarebbe un miracolo, non so come ho fatto, non credevo…”. Stacco la testa, ringrazio i ragazzi del ristoro e riparto. Le gambe sono pesanti ora, ma penso a tutta la fatica fatta fino a questo momento. Continuo a salire, cercando di abbassare il battito, passo il tratto di neve (scalinato ad arte dagli organizzatori) e sono sulla cresta che porta, verticale, al cancello del Sellero. Davanti a me un uomo dalla maglia bianca, sembra affaticato, dietro un ragazzo e, a distanza, una ragazza che pare decisamente stanca. Lo sono anche io. Non so quanto manchi ma ce la devo mettere tutta. Mi appoggio con forza sui bastoni, per rendere la progressione più veloce. Occhi puntati a terra. Non guardo più la vetta. Salgo e basta. E poi, all’improvviso, ecco la cima, l’arco che contraddistingue il cancello orario. “Dai che ci sei, brava, mancano dieci minuti”. Oltre l’arco, sorridenti e forse un filo sorpresi, Rocco e mio papà, anche loro in gara e arrivati poco prima di me. Capisco che si sono fermati per aspettarmi, per continuare insieme lungo la parte, impegnativa, delle creste. Un attimo di commozione per questo gesto che, in questo momento, significa tanto.

Via i bastoni (in questo primo tratto di cresta con passaggi esposti e catene sono proibiti dal regolamento) e si parte. Gli occhi sono tentati di spaziare perché il paesaggio è magnifico ma il percorso mi obbliga a tenerli incollati a terra. Più che correre, si marcia e si fa attenzione a non mettere il piede in fallo. In alcuni casi il salto potrebbe essere di diverse decine di metri. Sono 14 chilometri di creste, intervallati da discese, salite e tratti in piano, questi ultimi abbastanza corribili. Ma 14 chilometri sono tanti e sembrano non finire mai.

Gli ultimi chilometri, otto di discesa spaccagambe, sono durissimi per me. Le ginocchia mi fanno male. Ma sto per arrivare, condiviso questa mia piccola impresa con persone importanti e tanto mi basta. Sbuco tra le vie di Santicolo, in lontananza il traguardo. Oggi non ho partecipato, oggi ho vinto contro me stessa.

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