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Ci sono gare che partono dallo start, altre che cominciano dopo che hai oltrepassato la linea del traguardo. Alcuni sono già in gara dalla sera che precede la competizione, mentre altri non lo sono mai. Questo per dire che la corsa, specialmente da quando spilli alla maglia un pettorale, non è mai qualcosa fine a se stesso, ma un’esperienza di vita molto più ampia. La gara non è “parto corro arrivo” ma, piuttosto, “parto corro vivo arrivo”. La mia ad Annecy, di gara, è iniziata dal fango. Quel fango che per oltre sei ore, per 42 chilometri, per 2.800 metri di dislivello ha imbrattato tutto. Scarpe, vestiti, pelle. Persino negli angoli più remoti della mente, nelle pieghe del cervello. Pure lì il fango si è infilato. Corri, pensi e corri ancora fino a quando le gambe “girano”. Il buon senso vorrebbe dire basta ma la testa ti spinge a rialzarti, ripulirti “alla buona” dopo l’ennesima caduta, e continuare. Per te stessa,  per chi ti attende al traguardo. Due giornate di sole e poi, proprio la domenica, ecco il diluvio universale, a coronare la tua prima esperienza trail degna di nome. E pensare che Lisa (si tratta della Borzani, un’atleta di tutti rispetto e che ritengo di avere l’onore e la fortuna di conoscere), il giorno prima, ha tagliato il traguardo baciata dal sole. E io? Da sola, sotto gli scrosci di pioggia battente, a combattere con i miei piedi per stare in equilibrio e con lo zoccolo di fango che, ormai, ho rinunciato  a scollare dalla suola. Nella mia testa le persone importanti. Una mi sta aspettando proprio all’arrivo. Ci dividono ancora chilometri, metri verticali e una marea di fango.

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Tre, due, uno…via! – Sono le 7,30 del mattino e i 1.333 runner che si apprestano a mettersi alla prova sulla 42k che da Doussard porta fino ad Annecy stanno per partire. Tra questi ci sono anche io. E’ la prima volta che mi trovo a dovermi “schierare” in mezzo a così tanta gente e fatico a trovare il mio posto dietro la linea dello start. Vado avanti e indietro in quella marea di voci che si confondono. Qualcuno mi guarda, sorride e sembra farmi una battuta. Io rispondo “I’m sorry, I don’t speak French… only english, or italian”, e distendo le labbra nella speranza di tradire l’emozione. (…) Via! E la massa si muove, dapprima con una certa lentezza, poi quelli davanti a me iniziano a correre. Li seguo. Passo sotto il gonfiabile. Da questo momento so di essere a cronometro. Il pettorale 3228 c’è, è in gara. Vedo mio padre, finalmente, e lo saluto con la mano. Ha viaggiato tutta notte, da Bergamo ad Annecy, per essere qui questa mattina. Perché non voleva che mi sentissi sola. E’ un eroe il mio papà.

Dopo un breve tratto si strada asfaltata, dove il gruppo sgomita e tenta il sorpasso, il tracciato diventa subito impegnativo. Oltre 1.000 metri di dislivello tutti d’un fiato, da Doussard fino a Chalet de L’Aulps, su un tracciato della lunghezza di 11,6 km. Il sentiero in questa prima parte è stretto ed è impossibile avere la meglio sugli altri. (…) Ci metto circa due ore per percorrere questo breve tratto. (…) Il tracciato di gara si fa più ampio e finalmente si può correre. Ma oggi nulla sembra facile e, dopo due rumorosi tuoni in lontananza, la nebbia inizia ad alzarsi e dal cielo cominciano a cadere gocce grandi come macigni. Non voglio smettere di correre ma fatico a togliere la giacca antipioggia dallo zaino. Continuo a cercare di fare tutto insieme, impacciata. Un uomo sulla quarantina mi sorpassa. Quando si trova alla mia altezza si gira e mi dice qualcosa in francese. Capisco al volo che si sta offrendo di tenermi i bastoncini e di darmi modo di recuperare la giacca dallo zaino in maniera più agevole. Glieli passo al volo e, per un tempo che a me pare infinito, corriamo uno di fianco all’altra. Riesco quindi a indossare la mia Montane viola, ad allacciarla e ad alzare il cappuccio. Lui mi tiene d’occhio e quando ho finito, con un sorriso, mi passa i bastoncini. Mi augura buon viaggio. Che bella sensazione. (…)

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Km 25: il ristoro – Arrivo a Menthon St. Bernard che ha appena smesso di piovere. Sono passate quasi quattro ore dallo start e 1.340 metri di dislivello. Il ristoro, che si trova al coperto e in un locale provvisto persino di lettini e massaggiatori d’emergenza, offre veramente di tutto. (…) Passano 5 minuti. Si riparte. (…) A causa della pioggia il terreno è diventato una pista da pattinaggio. Anche nei tratti in piano e corribili, sono spesso costretta  a camminare per riuscire a stare in piedi. Cado un paio di volte, mi infango, mi rialzo. Non sono l’unica e imparo che la prima cosa da dire quando si cade è “Très bien, Très bien” e tutti, attorno a te, sanno che non devono chiamare i soccorsi.

Ultima salita… e il pensiero corre a Lisa – 
La salita che porta al Mont Baron è un fiume di fango e acqua. Penso a Lisa. Ieri, quando ha tagliato il traguardo, era veramente provata. Non riusciva a mangiare e neppure a bere. Si è sdraiata per terra così, senza neanche cambiarsi, e si è addormentata fino al momento delle premiazioni quando, con un ammirevole sforzo, si è messa una maglia pulita ed è salita sul terzo gradino del podio. Una grande questa formica atomica. La guadavo mentre dormiva, in mezzo all’erba e sporca di quello stesso fango che oggi, in misura maggiore, ricopre anche me. Sono stata seduta a terra a gambe incrociate, accanto a lei, per l’intero pomeriggio. Si svegliava e si riaddormentava. Mi ha raccontato della gara, del percorso a tratti tecnico e scivoloso, mi ha detto “E’ duretta, io non me la ricordavo così questa gara!”. Mi ha detto di stare attenta, molto attenta, soprattutto nelle discese. Mi ha detto “Divertiti!”.

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E con Lisa nella testa, arrancando sulla salita, ecco il check point del Mont Baron. Da qua tutta discesa, fino al traguardo. Chiedo conferma in inglese al personale che si trova al cancelletto. 8 chilometri mi dicono, ma attenta alla discesa nel vallone, che si scivola.  Gli otto chilometri più lunghi della mia vita. Nella testa passano in ordine sparso mio padre, mia madre, mio fratello. Ci sono tutti. La mia famiglia.

Finisher – E finalmente il bosco finisce e si sbuca dritti dritti sul lungolago ad Annecy. Ultimo chilometro, tutto da gustare. E’ fatta. A questo punto è impossibile che qualcosa vada storto. Ormai ci sono. Si sentono le voci dello speaker. (…) Il traguardo è là. Lo vedo. Nel momento stesso in cui lo passo le gambe si fanno, di colpo, pesantissime. Cerco tra la folla e vedo subito mio padre, che si lancia sulla transenna per darmi il suo abbraccio. Mancano altri tre abbracci all’appello, ma non si può avere tutto dalla vita! Guardo indietro. Il traguardo è lì, che attende i prossimi finisher. E’ finita. Sono passate sei ore e mezza. 42k, andati. Ora mi aspetta la 70k, a fine luglio. Altro giro, altra corsa.

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