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Riporto con piacere questo articoletto scritto per SportMediaset (qui il LINK). Niente di che, semplicemente impressioni di un viaggio. Perchè a me piacerebbe che le gare fossero un viaggio, semplicemente un viaggio. E mi sono accorta che spesso, il pettorale, non mi permette di viverle come tali. Mi viene un’ansia di arrivare che neppure potete immaginare, un senso di sconforto quando gli altri (moltissimi altri) mi passano davanti. Ho un rapporto strano con il pettorale, lo so, mea culpa. Di solito, finita la gara, li butto… mentre la maggior parte delle persone li custodisce gelosamente. Solo tre sono ancora in casa mia. Tre a cui tengo e che vorrei tenere sempre con me. Tre gare che per me sono state più importanti di tutte le altre. Vorrei aggiungere a questi un quarto e forse ultimo pettorale, e chissà se mai ne avrò la possibilità. Questo, tutto questo sproloquio, per dire che al Trail Grigne Sud mi sono imbucata. Sono partita in coda al gruppo e ho corso con loro. Ho fatto il mio viaggio guardando gli altri, studiandoli in un certo senso. Ho mangiato ai rifugi e conosciuto i volontari ai ristori. A nessuno ho detto di essere una “giornalista sotto copertura”. Ho fatto il mio viaggio e visto tante cose che, con un pettorale, forse non avrei neppure notato. Buona lettura. 

Gli atleti alla partenza sono un centinaio, forse qualcosa di più. Nella maggior parte dei casi chiacchierano tra di loro. Parlano di gare, di materiali, qualcuno deve finire “veloce”, perché è “scappato” dalla famiglia giusto giusto per la mezza giornata della competizione. Fino a quando non arriva il momento importante: quello in cui tutti sono chiamati a registrare il cip del proprio pettorale e posizionarsi nella griglia di partenza. Per molti la gara inizia proprio in questo momento, prima ancora del via, perché la testa sta giù correndo su sentieri, inerpicandosi su tratti scoscesi e misurandosi su discese più o meno ripide. La testa è già lassù, oppure per alcuni è già qua, traslata avanti di qualche ora, con una birra in mano e la medaglia (quella da finisher, tanto basta) appesa al collo.

Nel primo tratto, su strada, c’è chi scherza per sdrammatizzare i 41 chilometri e il dislivello che lo attendono. Ci si scruta a vicenda, nella pancia del gruppo, più per curiosità che per senso di competizione dal momento che quelli forti, quelli che battagliano, sono già volati avanti. Nasce qualche curiosità sui materiali, sulle scarpe che ognuno sta utilizzando anche se poi, in fondo lo sappiamo tutti, a fare la differenza saranno più le gambe che la suola. Certo il ragazzo dai tratti orientali che sta davanti, con le sue Five Fingers e il pettorale 76, attira l’attenzione di molti.

“Ciao, ma sicuro che con queste arrivi alla fine?”. Mi guarda e sorride, senza fermarsi, e risponde di essere “sopravvissuto”, con le stesse, anche ad altre gare. Sono comode a suo parere, o semplicemente si è abituato. Qualcuno ironizza su come se la caverà sulle discese oggi particolarmente scivolose, ma lui pare non sentire e va dritto per la sua strada. Ma come dicevo sarà lui, e non la suola, a fare la differenza, e arriverà alla fine.

La prima grande salita, che porta al Monte Pilastro, è lunga e impegnativa. Qualcuno, che ha deciso di affrontare la gara senza bastoni, rallenta. Per parecchio tempo vengo preceduta dalla silenziosa Monica. Pettorale 65, capello corto biondo, procede a passo regolare. Mai troppo veloce e mai troppo piano, sa di dover dosare accuratamente le forze per arrivare bene alla fine. Correre in montagna richiede una certa strategia. Bisogna conoscersi e diventare, in un certo senso, calcolatori. Capire quando è il momento di dare gas e quando invece, è meglio rallentare, perché i chilometri sono ancora tanti.

E poi, strada facendo, può capitare di conoscere Gerolamo (“Gero”, per gli amici). Una vera forza della natura. Rigorosamente senza bastoni affronta i tratti più ripidi aiutandosi di tanto in tanto con le mani e spingendo forte sulle gambe. Ha il pettorale numero Uno e qua sembra essere un vero vip. Lo conoscono un po’ tutti e ai ristori lo salutano calorosamente. Ha 69 anni e dice di essere, probabilmente, il più “vecio” in gara. Dice che da qualche anno ha mollato, che si accontenta del risultato che arriva, ma mentre sale controlla più e più volte l’orologio. Viene dal mondo dello scialpinismo e “da giovane” era anche uno scalatore. Conosce tutti i sentieri, e tutte le pareti, da queste parti. Sui tratti in discesa lascia passare qualcuno: “Vai vai, che io la discesa la faccio pianino”, ma poi è sempre là davanti, che non molla un colpo.

La Porta di Prada è una gigantesca Polo (chi se le ricorda le Polo? Le caramelle col buco?) posta lì sulla montagna. Un arco di pietra che vedi da lontano, come una visione, e che poi ti si piazza davanti, appena svoltata una curva e all’improvviso. Uno dei punti più spettacolari e panoramici della gara. Dal quale parte il lungo traverso che, tra piccole salite e corribili discese, porta al Rifugio Bietti Buzzi. Anche qua, chi ha la gamba buona, fa la differenza.

Al ristoro del rifugio Bietti gli atleti passano veloci, quasi senza fermarsi. Pensano alla discesa che li attende e che porterà all’alpe Era, primo cancello orario, a cinque ore dalla partenza. Il dislivello nelle gambe è già parecchio e per qualcuno, la fatica, comincia a farsi sentire. La differenza principale tra l’avere un pettorale e il non averlo è che, se non ti senti formalmente in gara, puoi fermarti e guardarti attorno più a lungo. Puoi osservare gli altri, cercare di indovinarne le paure così come gli attimi di gioia, puoi conoscere le persone e cercare di capire il perché di quel pettorale. Per chi non corre, quelli che corrono sono “tutti matti”. E quelli che corrono, dal canto loro, vanno fieri di quell’essere così matti. E il pettorale forse certifica (e giustifica) il fatto di essere tanto matti. Per molti la stessa fatica, senza quel numerino appeso alla maglia o in vita, non avrebbe senso.

E poi c’è Luca. Giovane, sulla tretina o poco meno, pantalone giallo e calzettone blu ad altezza ginocchio, sta correndo la sua prima gara trail. La prima. È partito senza bastoni e, già nel primo tratto, ha deciso di conferzionarsene un paio con due rami. Perché la salita, senza, è troppo dura e stancante. Perché le sue gambe sono buone, ma forse non se la aspettava proprio così. Dice che è dura, durissima, fatica ma non molla. Credo che questa settimana, Luca, andrà a comprare un paio di bastoni e forse dalla prossima gara li utilizzerà. Chissà come ha avuto l’idea di partecipare al TGS! Forse questa sera dichiarerà di aver chiuso con la corsa, ma domani starà già pensando alla successiva. Per me Luca, che è arrivato a Mandello poco prima della chiusura del cancello e dentro il tempo massimo, è il vero vincitore del TGS 2019. Perché ha sorriso fino alla fine, con un sorriso stanco e tirato. E ha tagliato il traguardo correndo sulle sue gambe stanche. E ce l’ha fatta, Luca. Ha chiuso la sua prima gara, e che gara!

 

 

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