DAL DENTE DI COCA AL PIZZO COCA – TRAVERSATA

Ci sono giorni che ti senti tanto stanca da non riuscire neppure ad alzarti dal letto, giorni in cui rimetteresti tutto nello zaino (quello zaino sempre troppo pesante per le tue spalle!) e te ne torneresti, semplicemente, a casa. Ma la montagna è anche resilienza, a volte. È trovare il coraggio di alzarsi e andare oltre, vincere la fatica passo dopo passo fino alla vetta. Anche se è lontana, anche se ad ogni passo sei lì a chiederti chi diamine te lo abbia fatto fare. Perchè la montagna è così. È maledetta: è qualcosa che si insinua nel profondo e ti instilla goccia dopo goccia, la forza di continuare. Altre volte, invece, torni proprio indietro. Quella mattina, alle 4 e mezza, appena ho aperto gli occhi e ho realizzato di essere in una delle camerate del rifugio Coca, è stato come svegliarsi da un bel sogno (dormivo così bene nella mia cameretta, io) e schiantarsi contro la realtà. Voglia zero e stanchezza a mille. Faceva caldo quella mattina… Faceva oggettivamente caldo! Perchè quando ho messo il naso fuori dal rifugio, il tracciato illuminato dalla frontale, non c’era la solita aria frizzantina che smorza il fiato. Una cappa di calore e umidità, normale per il mese di agosto, strana per la quota a cui mi trovavo. Dal rifugio Coca il sentiero sale dritto fino al lago e poi prosegue su pietraia, fino alla bocchetta di Coca. Io camminavo affaticata, a passo lentissimo: 400 metri all’ora, non di più. E nonostante l’afa mattutina avevo freddo e mi ero infilata giacca e guscio. Ho bevuto e mi sono seduta su un sasso a riposare un paio di volte già prima di arrivare alla bocchetta, con i pensieri che fluttuavano pigri nella testa. Con il dubbio di arrivare all’intaglio nella roccia, guardare la cresta che porta al Dente e tornare sui miei passi, fare una abbondante colazione in rifugio e poi tornarmene a casa. Invece, arrivata alla bocchetta, i primi raggi del sole hanno illuminato l’aria, l’hanno riempita di splendore, creando attorno a me un paesaggio surreale e da sogno. Come in quel film di Robin Wiliams, “Al di là dei sogni”: sulla locandina il protagonista cammina leggero in un paesaggio fantastico e luminoso. Ecco, quel momento è stato così e la cresta che porta al dente, alla mia sinistra, non è più sembrata poi così cattiva. 

La cresta è lì, nera e affilata, e sopra si erge il Dente, che da qua mi fa un po’ paura. Decido di provarci perchè in fondo sono piano piano arrivata fino a qua e poi, una volta in cima al Dente, di decidere se continuare o meno. Passo dopo passo, lentamente, come prima. La cresta, una volta sopra, non è affilata come pareva e si procede con facilità. Una volta sotto la parete del Dente mi concedo una pausa: bevo e mangio una barretta, non perchè mi vada ma perchè bisogna per non perdere le poche energie. Guardo a destra e mi sposto brevemente sulla parete, cercando quella che dovrebbe essere la “via normale”, che sale per cenge e sfasciumi… Non mi convince… Rocco, che mi è stato dietro pazientemente fino a qui, mi dice di scegliere la via di salita che mi ispira di più: in alternativa alla normale c’è lo spigolo Castelnuovo, con passaggi un po’ più difficili (III grado) ma roccia decisamente migliore. Scelgo lo spigolo. Teniamo la corda nello zaino per tutto il primo tratto di arrampicata, facile e divertente (talmente piacevole che quasi dimentico tutta la stanchezza di stamane!), fino a una placca abbastanza liscia. Qua decidiamo di legarci. Sono paurosa. Sono paurosa di natura e non rischio mai. Nel salire la placca, lungo l’evidente fessura, infilo anche un paio di friend, tanto per avere una maggiore sicurezza e un “freno” in caso di caduta. 

La via procede comunque su gradi facili, anche se proseguiamo legati fino alla vetta. 

Ora sono felice, soddisfatta, seduta immobile sotto la croce di vetta. Penso che sia abbastanza, penso che in fondo viste le condizioni fisiche, vada già bene così. Da qua potrei anche tornare indietro, al rifugio mi aspetta un pranzo a base di polenta e brasato, che vince su ogni mia possibile voglia di continuare. Mi ricordo di aver letto una relazione in cui si parlava di calate in corda doppia… Guardo oltre la croce e vedo una sosta su spuntone con svariati cordini, poco distante e raggiungibile senza troppo sforzo. Sinceramente mi sorge qualche dubbio che sia la “calata” giusta ma, in fondo, non ne vedo altre. Deve per forza essere quella giusta. Me ne convinco e me lo ripeto… Ora ci caliamo e torniamo al rifugio. Prepariamo le doppie, lanciamo le corde, ci caliamo. Nulla però, alla base della calata, ci fa pensare alla possibilità di scendere. Anzi, poco più sotto troviamo una corda metallica che porta a una seconda calata. La mente corre e corre alla prima relazione, quella della traversata: calata, corda metallica, altra calata… Ops! Perfetto! Siamo alla breccia del Dente e da qua c’è solamente modo di continuare lungo le Creste d’Arigna. Che pasticcio! Non so se ridere o piangere. Non so cosa mi aspetti ma so solamente che indietro non possiamo tornare: da qua si può solamente proseguire dritti fino alla vetta del Pizzo Coca. E allora si va. La traversata delle creste è lunga e spettacolare. La roccia, in alcuni tratti veramente buona, in altri diventa un po’ più instabile.  Procediamo slegati perchè la corda ci rallenterebbe troppo e perchè in fondo basta stare attenti.  Superiamo le due cime di Arigna, lo spallone che si trova sotto l’anticima Nord del Coca e arriviamo sotto il torrione scuro. Da qua ci leghiamo in cordata e faccio andare avanti Rocco, che su questi terreni instabili si trova decisamente più a suo agio rispetto a me. 

Ci sono passaggi di II e III grado e anche qualche chiodo, ma la roccia qua, rispetto a quanto prima, è molto più instabile. Salendo da seconda devo fare attenzione, anche se non esageratamente perchè siamo l’unica cordata sull’intera traversata. A volte, mentre salgo, mi rimangono in mano dei sassi… che butto giù in maniera quasi nervosa, con stizza. Non troviamo il tempo di scattare neppure una foto, su questo tratto. Dopo qualche tiro siamo finalmente in cima e superiamo, con attenzione, l’articolata cresta che ci porta fino alla sospirata vetta del Coca. Incredibile: abbiamo fatto tutta la traversata fino alla fine. Non ci credo. Vista la partenza mi sarei già ritenuta soddisfatta a fare anche solamente il dente e invece … E anche su questa possiamo mettere una X. Fatta… anche se credo che non la rifarò più. Ci sono cose che vanno fatte una volta, la seconda sarebbe troppo e non avrebbe lo stesso gusto. Perchè la montagna è così… Ci sono cose che vanno fatte ma poi è bene che rimangano lì. Ciao Ciao Coca… arrivederci, da un altro versante. 

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