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Non sono una invasata del mondo trail. Di gare ne faccio poche, pochissime. Possibilmente selezionate. Le gare devono avere, per me, un senso. La mitica CCC lo aveva, così come la Valmalenco Ultradistance. Una era il sogno quasi impossibile, mentre la seconda era la gara di “casa” (sono bergamasca, vero, ma per me la Valtellina e le sue montagne sono un po’ casa. Là ho un pezzo di cuore). Ora non sto qua a raccontarveli tutti, ma ogni gara a cui partecipo ha un perchè, connesso alla gara oppure alla mia persona, dipende.

Non sono una campionessa e neppure una atleta. Nel mio piccolo posso dire di non aver mai fatto un ritiro, sotto il sole o sotto la poggia, col mal di gambe, vomitando lungo il sentiero, allenata o meno, sono sempre arrivata a quella finish-line a cui aspira ognuno di noi. Perchè, che lo ammettiamo oppure no, tutti ci vogliamo arrivare, alla fine. A quei 5 minuti che precedono la fine, quelli in cui di colpo ti senti alla grande, poco importa quanti chilometri tu abbia nelle gambe, e capisci di avercela fatta. A questo tipo di adrenalina, chi più chi meno, si finisce col diventare dipendenti. La Val Taleggio Trail è un insieme di perchè. Ho partecipato perchè ero alla ricerca di una gara nuova, alla prima edizione, tutta da raccontare. Perchè consigliata da un amico. Perchè volevo vedere se, senza allenamento specifico, avessi ancora 50 km nelle gambe. Perchè la Val Taleggio, io, non la avevo mai vista. Perchè con un’unica gara, nella sua versione più lunga, l’avrei potuta gustare tutta e chiuderla nel cuore. Perchè mi sono iscritta per il rotto della cuffia, quando le iscrizioni stavano praticamente per chiudere, e l’organizzazione è stata così gentile da recuperarmi comunque un pettorale con tanto di nome. Perchè ero felice di poter essere alla partenza con una persona importante e perchè sapevo che, come in ogni gara che faccio, ci sarebbe stato il momento in cui avrei desiderato essere altrove, magari su una spiaggia caraibica, e quello in cui avrei benedetto la follia che mi spinge a prendere parte a quelle che per il 70% del Pianeta sono imprese impossibili. Perchè se vai a raccontarle a chi non corre, queste gare, vieni preso per pazzo. Perchè da quando ho chiuso la Valmalenco ho un sogno e quindi ho deciso che, almeno per altri due anni, dovrò continuare a pedalare e a fare chilometri. Mille, insomma, i motivi che mi hanno spinta a essere, lo scorso 26 agosto, a Vedeseta con un pettorale appeso al gonnellino.

Si parte tutti insieme, quelli della 25 e quelli della 50 chilometri. Tutti con la stessa voglia, lo stesso sguardo, le stesse paure che non si lasciano trasparire, forse per il timore che si avverino. A renderci diversi è solamente il colore del pettorale. E c’è chi spinge, fin dall’inizio, frettoloso di avvicinarsi all’arrivo, e chi (come me) la prende con calma. Che tanto i chilometri sono ancora 49, 48, 47, 46… insomma sono ancora tanti tanti. Il percorso è ben segnalato, anche grazie ai volontari sempre attenti a indicare la giusta direzione e a sostenerti con un “vai”, un “forza”, un “manca poco”. E allora cominci a non pensare più alla fine, ma solamente al prossimo ristoro. L’obiettivo diventa, ogni volta, il ristoro “che viene dopo”, e così via fino alla fine. E ci si gode il viaggio, gli attimi di euforia, di felicità vera, di “finalmente si respira” così come la fatica. Anche la fatica ci si gode. Quando le gambe iniziano a bruciare e vorresti essere altrove, ma più soffri e più sai che la felicità, alla fine, sarà grande. Quando corri pensi, pensi tanto. Alle cose vecchie, passate, e a quelle che devono ancora venire. Capisci cosa conta davvero, a volte. Capisci che le persone a cui tieni davvero sono quelle che vorresti trovare all’arrivo. E se non ci sono, una volta tagliata la linea del traguardo, ti attacchi al telefono e le chiami oppure gli mandi un messaggio. Correre aiuta a rendere tutto più chiaro.

La gara tocca tutta la Val Taleggio, con passaggi in ciascuno dei paesi che la compongono: Vedeseta, Peghera, Olda, Sottochiesa, Pizzino, Reggetto e Avolasio. Con partenza comune, le due gare si dividono dopo il 18simo chilometro: la corta (Shot Val Taleggio Trail) fa rientro a Vedeseta dopo aver attraversato boschi e luoghi panoramici, la lunga invece si dirige verso il tratto più suggestivo e impegnativo. il sentiero “plein air” che conduce fino al Pizzo Baciamorti pare infinito e permette di godere di una veduta sulla valle a 360 gradi. Finita? Assolutamente no. Dalla cima di Baciamorti e del vicinissimo Araralta, si scende in picchiata alla Baita Regina (33° chilometro di gara), per poi risalire fino a toccare la madonnina di vetta del Sodadura. Il terreno è tecnico ma non estremo e permette di far girare ancora bene le gambe. Visto da sotto, il Sodadura, è una montagna a punta; una specie di piccolo Cervino (lo so lo so: blasfemia!!!) posto tra te e il traguardo. Ma passa presto. In cima mi fermo a fare due parole coi volontari, che mi annunciano una cosa tipo 12 chilometri di discesa per tornare a Vedeseta e potermi proclamare finalmente, anche questa volta, finisher. Che poi, a dirla tutta, in Val Taleggio hanno uno strano concetto di discesa: spesso la discesa comprende falsi piani e salitelle estenuanti, che continui a guardare il pettorale (su cui serpeggia il tracciato) e a chiederti “ma questa non era mica tutta discesa?”. 50 chilometri e 3200 metri di dislivello che passano via veloci e senza annoiarsi, merito di una vallata davvero bella e un tracciato abbastanza vario e mai scontato. Uno splendido allenamento, in vista di sogni e progetti futuri.

E se la gara lunga è un bell’obiettivo, la corta è perfetta per chi, ancora a digiuno di ultra, si sta avvicinando alla disciplina. A meno di un chilometro da Vedeseta comincia a sentirsi la musica e, in lontananza, anche la voce dello speaker. È per me il momento più bello, quello in cui mi si stampa in viso un sorriso enorme. Negli ultimi duecento metri le gambe ce la mettono tutta e la testa è già oltre l’arrivo. Taglio il traguardo, afferrando al volo quella birra che desidero da quasi mezza gara. Faccio il primo sorso prima ancora che mi appendano la medaglia al collo.

“Allora Tatiana, come è? Dura?” – mi chiedono al traguardo, che taglio come settima donna. “Porka tr… più dura di quanto pensassi. Ma bella. Bellissima. Complimenti!”.

E anche questa è andata. Chiusa. Fatta. Ho vinto. Ho vinto la mia gara, quella con me stessa. Anche questa volta. Complimenti per l’ottima organizzazione (che non è affatto poco essendo una prima edizione) all’associazione Vedeseta sport e al Gruppo sportivo Orobie, insieme all’Ecomuseo della Val Taleggio e al Gruppo sportivo amici delle baite Val Taleggio.

 

 

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