Io a quelli che dicono che si “divertono” ad andare a correre (o più in generale a faticare) non credo proprio. Mi paiono tutti matti!

Credo invece a chi mi racconta delle emozioni, dei sentimenti grandi, unici e per certi versi indescrivibili che puoi provare durante e dopo aver portato a termine, ad esempio, un’ultra. Perchè è vero. Perchè dietro alla fatica, oltre il limite, c’è qualcosa che puoi capire solamente provandolo. E non puoi raccontarlo, non riesci a trasmetterlo. Ci puoi provare, ma senza riuscirci fino in fondo. Perchè i dettagli, quel dolore acido alle terminazioni delle fibre muscolari o quel sapore di sangue che ti raschia la gola, li puoi solo sentire, e le parole non rendono. Perchè quell’adrenalina che accompagna i pochi minuti prima della finish-line può essere una droga di cui non riesci più a fare a meno. Quei minuti sono la droga, non la corsa, non la competizione. E infine perchè la gara non inizia quel giorno, quella mattina, al via, ma inizia mesi e mesi prima con la fase di allenamento.

È una specie di viaggio nell’ignoto, che dura molto tempo, durante il quale ti perdi e ti ritrovi più e più volte, e ad ogni ritrovamento scopri di aver imparato qualcosa di nuovo su te stesso e sul mondo. E te la godi e te la gusti, questa preparazione sia fisica che mentale. Ci pensi, la sogni, la desideri e nel contempo la odi. E in questo, ne sono certa, tutti noi ci possiamo riconoscere. Dal runner all’alpinista, dal triatleta alla mamma alle prime armi con la propria creatura. Che poi quest’ultima, pensiamoci, è la gara, la sfida e la fatica più grande. Quella di essere genitori, di permettere al futuro di affondare radici salde nel terreno. E allora eccoci che in quella fatica primordiale, in quell’andare oltre, in quel lottare per superare i propri limiti, ci sta davvero tutto il mondo. E allora raccontiamolo una mattina d’inverno, davanti ad un focolare caldo, ai nostri figli, che per crescere dovranno spingersi oltre, perdersi, ritrovarsi e imparare. Che la fatica è bella, non divertente. Che perdersi può far paura, ma che chi non si è mai perso scoprirà, un giorno, di non essere mai cresciuto.

 

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