Dove eravamo rimasti? Ah sì, al Rifugio Bosio, al temporale, ai lampi che squarciavano il cielo e ai tuoni che rotolavano giù dalle nuvole. Al freddo eravamo rimasti, perchè alla fine quello che senti è quello che ti porti addosso e in quella prima parte di notte addosso non ci portavamo il fragore dei tuoni o la luce accecante dei lampi. Ci portavamo il freddo e la paura. Il dolore di quei piedi tanto congelati da non sentirli più. E chi mi sta leggendo, e chi era con me quella notte, sono certa mi capirà. Quindi riprendiamo da questo punto: cambio veloce al Bosio, in mezzo ad una folla di runner mezzi congelati e uscita frettolosa, sotto lo sguardo attonito dei volontari. “Perchè se mi fermo, non riparto più! Perchè mi sono ricordata di essere forte e che in fondo questa è solamente acqua. Per il resto, è la montagna, la mia grande maestra di vita. In montagna ci vado perchè continuo ad imparare e anche in questa notte infernale sto imparando qualcosa. Sto imparando che la paura è una bestia che ti mangia da dentro, lenta e subdola, e che la mente, spesso, mente! Non fidatevi della mente, che si inventa situazioni irreali e che coltiva e fomenta paranoie, fidatevi solamente di cuore e istinto. E questa notte, il cuore, mi spinge ad andare”.

Un breve tratto in salita e poi giù, per una lunga discesa. I piedi fanno male ad ogni passo, perchè sono troppo freddi. Ma li picchio forte a terra e cerco di muovere le braccia avanti e indietro, ritmando la corsa, nel tentativo di scaldarmi. E funziona. Funziona per davvero. A breve il sangue torna a circolare fino alle estremità e, anzi, provo su tutto il corpo un piacevole tepore. Corri, cammina e corri e, oltrepassato un paio di ristori volanti, si scende ancora fino a Chiesa, per poi prendere una serie di tornanti sulla strada e proseguire su sterrata in direzione Chiareggio. E mi pare lunga, lunghissima! Mi si affianca uno staffettista e osserva che per me la gara è ancora lunga, ma che ho un buon passo. Mi precede una ragazza, anche lei della staffetta, che dice di non poterne più di questo freddo e di questa acqua e che ne ha pieni… Io ascolto e sorrido. Per me è ancora luuuuunga! Nel frattempo ha smesso di piovere e il cielo si schiarisce. Finalmente posso spegnere la frontale e abbassare il cappuccio. Da dietro un gruppetto mi dice che manca un’ora alle 7 e che il cancello, a Chiareggio, è alle 7. Io non porto orologi in gara e non faccio calcoli. Vado in agitazione, allungo il passo. Comincio a pensare. Chiareggio era intorno al km 35… ci ho messo quasi 7 ore? Beh, con l’acqua che veniva… Allungo di più, altrimenti rimango fuori e mi tolgono il pettorale. Per la prima volta realizzo di tenerci. Il pettorale 18 è mio e nessuno me lo può togliere! Arrivo a Chiareggio alle ore 6:50 (dieci minuti sul presunto cancello). Scopro qua che il cancello è stato spostato alle 7:30 e che siamo al 42/43simo km! A causa di uno smottamento sul tracciato, il percorso è stato di nuovo modificato e allungato di sei/sette chilometri. In fretta e furia. Penso che l’organizzazione è stata super, perchè ha dovuto far fronte davvero a tutto!

Qua mi aspetta papà (finalmente!) con la borsa del cambio. Sto bene, sto incredibilmente bene. Mi cambio da capo a piedi, metto vestiti e scarpe asciutti. Mangio un boccone di pasta e… riparto. Le gambe funzionano ancora e si sale in direzione Longoni. La salita mi pesa meno del previsto e sul tracciato si accoda un po’ di gente che prende il mio passo. Si scambia persino qualche parola. Un pezzo di crostata al Longoni. Pazzesco… il rifugista si ricorda il mio viso! “Tu sei stata qua l’anno scorso vero? Eri quella in giro da sola”… Incredibile, ero proprio io. In discesa dal Rifugio Longoni ricomincia a piovere intensamente. Maledetta acqua che non lascia tregua. Ma ormai le gambe vanno da sole e la testa non pensa alla fatica. Se la testa non si focalizza sulla fatica, il fisico non la sente. Quando i chilometri di fanno tanti non è più questione di performance fisica, ma solo di testa. È in questi momenti che esce tutta la nostra umanità e gli istinti si fanno primordiali. Fame/non fame, freddo/nonfreddo, male/non male sono le uniche cose importanti. Il resto sono balle.

Al Rifugio Longoni trovo Renato, che è venuto sul percorso a vedermi. Una faccia amica, quando fai fatica, è sempre molto gradita. Anche se magari in quel momento non può (e non deve) parlarti, perchè tanto risponderesti male a tutto! In silenzio, in religioso silenzio: basta la presenza.

E continua il viaggio verso la diga di Campo Moro, che pare infinito. E finalmente compare, lei, la diga. E poco più su il Rifugio Zoia, penultimo ristoro, con mio padre con il viso stanco e tirato, in attesa del mio arrivo. Sorrido. Incredibile. Sto ancora bene. Quasi non ci credo. Piove di nuovo, piove parecchio. E lì la rivedo! La giacca verde. Quella della sera precedente. Quella che “Vai vai, tanto con quel passo chi ti ripiglia più?”. Invece è qui. Mi saluta. La saluto. Lei riparte e io mi fermo un secondo al ristoro. Da qua sono ancora 15/16 chilometri a Caspoggio, l’arrivo.

Riparto. Dopo avere ingoiato tre mini KitKat. Buonissimi. Mai mangiata una cosa così buona. Siano a 65 km e comincio ad essere vuota. Lo capisco perchè non ho più autonomia. E devo mangiare molto spesso. Tengo a portata di mano le barrette. Vedo giacca verde in lontananza, ha rallentato vistosamente. Io allungo ancora un po’ il passo e la supero in zona Rifugio Cristina, dove lei si ferma per cambiarsi. Io invece comincio a correre verso il basso, siamo seconda e terza, o terza e seconda. Davanti a noi solamente una atleta professionista, che è già arrivata. Ci giochiamo il secondo e terzo gradino del podio. Incredibile. Non ci credo. Non ci credo proprio!

Vado per una buona ora e… pazzesco, giacca verde comincia ad avvicinarsi. Che voglia sorpassarmi? Beh, se lo fa giuro che scanno e la ripasso. Vediamo cosa fa… Invece mi raggiunge e si ferma dietro, prendendo il mio passo. Qualche minuto e attacca bottone. “Io non ce la faccio più, ma quanto cavolo mancaaa?”. Mi viene da sorridere.

“Anche io voglio solo arrivare”, rispondo.

Lei incalza: “Te lo hanno detto al ristoro che davanti a noi c’è solo la prima?”.

“Hem, sì”

“Ma mi pare impossibile, non ho mai vinto nulla io. Ma le altre?”. Giacca verde è incredula quanto me!

“Che ne so, le altre probabilmente sono morte tutte poverine”. Lo dico e mentre lo dico scoppio a ridere. Ride anche lei. Corriamo e ridiamo ragionando che se noi siamo sul podio… evidentemente le altre concorrenti devono essere schiattate!

Dopo un po’ mi chiede come mi chiamo. Sembriamo i bambini alle elementari. “Tu come ti chiami?”.

“Io Tatiana, e tu?”

“Alessia”

“Ciao Alessia…”

E così per ancora 10 km, fino a che non vediamo Caspoggio, l’arrivo, le voci, i campanacci… e ridiamo. Siamo sul podio. Tra poco saremo….

“Cazzo Alessia, non ci credo, dietro stanno arrivando due. Sono uno e una. C’è una donna! NO! Alessia, a costo di fare le protesi alle ginocchia domani corri, il podio è nostro. È nostro da tutta la gara e non lo lasciamo a quella”.

Tiriamo fuori tutte le energie, correndo come delle pazze per tutto l’ultimo chilometro e lasciandoci alle spalle, sempre più lontana, l’ignara avversaria. E quando passiamo per le vie del paese, tra i campanacci e la gente che ci applaude, ridiamo e pensiamo che sia un miracolo. Ci godiamo quegli attimi di gloria e di gioia infinita. L’arrivo è a pochi metri. Non siamo seconda e terza, ci prendiamo per mano e tagliamo il traguardo così. Siamo due seconde. È bello e giusto che sia così! Gli applausi e un abbraccio che mi pare interminabile. Le strette di mano e la foto di rito davanti a quel 16 ore e 32 minuti, il tempo di entrambe.

16 ore e 32 minuti di fatica per uno di gloria. Se lo rifarei? Beh… anche domani. E tu Alessia, lo rifaresti?

 

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