Quella a destra, piccoletta, sono io. E a sinistra lui, Walter.

Questa fotografia, che mi segue da più di 10 anni, è un autentico cimelio della mia piccola grande vita. Mi ha seguita nei trasferimenti da una casa all’altra, senza mai andare persa; è stata in bella mostra (come lo è ora) oppure chiusa in una scatola di cartone. Walter è stata una delle mie prime interviste… Gran cosa direte voi. Ma io Walter neppure lo conoscevo. Fu un caso. 

In realtà io a quell’epoca in montagna neppure ci andavo. Avevo tra i 19 e i 21 anni e non avevo le idee chiare su cosa volessi fare nella vita. Volevo scrivere, volevo trasmettere emozioni, volevo… Quante cose volevo! Lavoravo per un piccolo giornale di provincia che, e questo glielo devo, “tra calci in culo e prese in giro” mi ha permesso di iscrivermi all’albo, dopo tre anni di onorato sfruttamento… Ah no, si dice servizio please!

Fatto sta che quella sera Walter Bonatti presentava una delle sue serate, se non ricordo male, presso Sport Specialist a Sirtori, in Brianza. Io davvero non lo conoscevo… Come dire, il nome era noto, ma come lo è quello di tanti altri di cui non sai nulla o poco più.

La serata comincia e io guardo, ascolto, penso. Dopo un quarto d’ora mi ritrovo a pensare che l’omino dai capelli bianchi è davvero un figo pazzesco. Parlava sotto voce Walter, con fare umile… Caratteristica che, imparerò dopo, accomuna molti grandi uomini. Con lui la moglie: l’inseparabile Rossana.

Ai tempi l’alpinismo era per me quasi arabo, i pericoli ad esso connessi non li immaginavo neppure. Ero una semplice inviata del giornale, che tra un consiglio comunale è un incidente stradale si occupava anche di un Bonatti qualunque. E poi era “dopo cena” e nessun giornalista bramava di lavorare “dopo cena”, quindi ci si mandava la Tatiana di turno. Come dire l’ultima arrivata. Come dire me. Non sapendo molto di alpinismo rimasi colpita dai viaggi e nel mio immaginario Walter diventó ben presto l’uomo con la sciabola, che sfida tigri e serpenti nei luoghi più remoti del pianeta.

Ma soprattutto era l’uomo che aveva inseguito i suoi sogni per tutta una vita, dimostrando che l’impossibile è solo nelle nostre testoline. Non mi ero mai fatta scattare una foto in occasioni come questa, il mondo dei selfie (ora a me così vicino) era cosa quanto mai lontana… ma quella sera ne valeva la pena. Lo abbracciai, mi abbracció. La pelle rovinata del viso, alla luce di quella vita trascorsa al limite, mi piacque indescrivibilmente.

“Complimenti… – ero confusa e non sapevo che dire, ma qualcosa a questo enorme uomo dovevo pur dire- … Io mi vergogno, ma non so molto di te. Sono una giornalista, anzi a dire il vero non sono neppure quella … Sono una che scrive e vuole scrivere. Forse anche io ho un sogno, ma io non so se sono come te…”. Le parole inciampano in bocca, tra la lingua e il palato. 

“Sei giovane, tanto. Non conoscermi non è una colpa. Puoi fare, diventare quello che vuoi, se lo vuoi”.

E sono qua, che ancora ci provo. Grazie Walter 

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